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Pansa: archivi insanguinati

Il giornalista rilegge la Resistenza denunciandone le pagine oscure

Pansa: archivi insanguinati
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Quando mio padre tornò dal campo di concentramento tedesco di Dortmund nell'estate del 1945 e riprese il suo vecchio mestiere di
agricoltore, lo sentivamo spesso ripetere, in casa: «Ma qui la guerra non è mica finita. Qui ti sparano alle spalle e ti assassinano se apri la porta». E si fece imprestare una rivoltella da un suo amico che era riuscito a sottrarla alle perquisizioni fasciste e tedesche. Mio padre era un uomo mite, un contadino d'altri tempi, paziente e sapiente, e quelle sue parole facevano paura in famiglia. Mi son tornate in mente leggendo «Bella ciao. Controstoria della Resistenza» che Pansa ha pubblicato in questi giorni da Rizzoli: una sorta di ricchissimo riassunto - con tantissimi particolari inediti ancora - dei libri precedenti, da «Il sangue dei vinti» a «La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti». Dotato di una naturale e abilissima facoltà di saper raccontare, Pansa riaffronta una volta ancora, ma oggi nel suo complesso di cronaca, storia e riflessione critica postuma, la vicenda della Resistenza e della guerra civile italiana, e una volta ancora rimettere in discussione avvenimenti, personaggi e occasioni che sembravano esser entrati stabilmente nei testi e nei manuali, e quindi non più soggetti a nessun tentativo di revisione. Ma, come ammoniva Benedetto Croce, è proprio vero che la Storia è tutta contemporanea, e Pansa s'avvale di questa coscienza critica per rileggere, commentare e arricchire di particolari e di situazioni prima accantonate, i fatti d'allora. E' un procedimento che si definisce revisionistico. Il termine crea un po' di diffidenza in chi vorrebbe la storia e le storie tutte belle lì, spiattellate una volta per sempre, senza dubbi e senza risvolti. Sappiamo che Pensa non sta al gioco; lui di sinistra, giornalista d'impegno politico dichiarato e attento rovistatore di fondi, archivi, memorie, epistolari, documenti della Polizia e delle Questure fasciste, repubblichine e repubblicane. E anche in «Bella ciao» non mancano le sorprese: prima di tutte quella cui accennava mio padre aggirandosi per le sue campagne nell'estate del '45. Un mucchio di nomi ignoti gremisce queste pagine, oltre a quelli conosciutissimi di Mussolini, Pietro Secchia, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Hitler, Badoglio e Mario Toffanin. Sono proprio quei nomi di ignoti che danno un senso a questa storia, anzi vorrei dire che per merito loro, delle loro povere vite, dei loro dolori, sacrifici e speranze, essa storia assume un suo valore e possiede un'autenticità che con il passare dei decenni s'afferma sempre più nettamente, nonostante le distinzioni, le deformazioni e le diffidenze che la storia ufficiale e conclamata della Resistenza ha tentato di imporre. Niente, come si sa, è accertato e consacrato una volta per sempre e per tutte. Pansa cominciò con una tesi di laurea, come più volte ci ha raccontato, e il suo lavoro dura ancora; anzi, si è fatto più intensamente curioso e analitico. In queste nuove pagine, infatti, ad una prima impresa di racconto se ne aggiunge una seconda che, divisa in nove capitoli, riaffronta sia i temi della Seconda guerra mondiale giunta per fascisti e tedeschi al suo tragico atto finale, sia quella che Pansa definisce come «controstoria». E precisa che il suo impegno davanti ai fatti è davvero questo anche a costo di veder vacillare o crollare qualche mito: «l'ho tentato anche in questo libro che non è, e non vuole esserlo - egli dice - una nuova storia della Resistenza. Ho cercato soltanto di rimediare a qualche buco della storiografia con il timbro dell'ufficialità. Nel passare degli anni, ha prodotto una montagna di libri, libretti, librucci tutti a senso unico. Protagonisti e comparse della Resistenza si sono celebrati da soli, con un dispendio di fondi spesso pubblici e quasi sempre con ben pochi lettori». In questo senso «Bella ciao» sembra un contributo determinante, un'opera di ripresa e di riconsiderazione di tutto il periodo storico, con una messa in scena che percorre, di città in città e di provincia in provincia, tutta la Penisola. E' curioso il fatto che gran parte degli episodi raccontati da Pansa con le dovute informazioni di nomi, date e luoghi, si riferisca a decine e decine di zone e paesi, fatti e protagonisti che gli ampi affreschi sulle vicende della Resistenza non hanno mai nominato tenendosi spesso sui caratteri generali e sugli episodi di maggiore risonanza. Il capitolo «I delitti di Gemisto» e il seguente «Mirko il fantasma», sono, ad esempio, due ottimi racconti posti ben oltre il semplice dovere della cronaca. Perché, come dicevamo, Pansa è un ottimo narratore che alla scioltezza e alla precisione dello stile abbina sempre un lieve surplus di ironia - è la lezione amara di Pavese e di Davide Lajolo - e un senso di pietà civile che non è la solita compassione del vincitore per il vinto, bensì esattamente il contrario, il rischio di una verità sottaciuta che rispunta come una ferita non chiusa, come ci ha insegnato Fenoglio in «La malora» e in «Una questione privata» che vide la luce cinquant'anni fa.
Bella ciao
Rizzoli ed., pag. 428, 19,90

 

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