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Affreschi strappati alla distruzione

Capolavori di Correggio, Giotto, Tiepolo e altri artisti tra cui gli ignoti maestri della pittura pompeiana.

Affreschi strappati alla distruzione

Madonna della Scala del Correggio

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E' la «Madonna della scala» del Correggio la stella che brilla di più nel firmamento degli affreschi di grandi maestri – strappati per salvarli dalla distruzione – esposti nella sorprendente mostra allestita al Museo d’arte della città di Ravenna (fino al 15 giugno) «L’incanto dell’affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto, da Correggio e Tiepolo»; l’hanno curata Claudio Spadoni e Luca Ciancabilla insieme al monumentale catalogo della Silvana Editoriale in due volumi, il primo dedicato all’analisi delle opere esposte, il secondo contenente saggi riguardanti la storia e le problematiche del distacco delle pitture murali. Nella rassegna, infatti, si intersecano due percorsi storici: quello della pittura, che parte da Pompei ed Ercolano per arrivare al Settecento, e quello dei distacchi che – sottolinea Spadoni - «per via espositiva è stato tracciato, fino ad oggi, solo per singoli capitoli e mai in un’ampia sintesi della sua più estesa narrazione». E la singolarità di questa narrazione espositiva è che ogni pezzo presentato ha una sua storia da raccontare che riguarda l’autore, il motivo e il luogo per cui era stato creato, la causa dello stacco (o distacco), chi l’ha eseguito, dove è stato ricollocato e come viene tutelato. La Galleria Nazionale di Parma ha fornito alcune opere di rilevante interesse: oltre alla Madonna della scala del Correggio, troviamo dello stesso Allegri la sinopia del volto di uno degli efebi dipinti nella Assunzione della Vergine nella cupola del Duomo; il monocromo «Cupido bendato seduto sul globo terrestre» di Carlo Cignani che ha lavorato nel Palazzo del Giardino (1678-79); il frammento di un «cortese» giovane angelo biondo che conforta San Lorenzo, eseguito dall’ignoto Maestro di Roccabianca per la cappella dedicata al santo nella chiesa di San Pietro Martire a Parma, andata distrutta. Significativa è la storia della Madonna della scala che il Correggio ha affrescato verso il 1524 sulla parte interna dell’antica porta San Michele (Barriera Repubblica), ricordata anche dal Vasari. Nel 1545 per ragioni strategiche veniva deciso di spostare la porta e i parmigiani, affezionati all’immagine mariana, fondavano la confraternita della Visitazione per fare costruire un oratorio che inglobasse la Madonna correggesca, che prendeva il nome della «scala» in quanto si dovevano salire alcuni gradini per accedere alla chiesa. Nel 1812 i francesi decidevano di abbattere il tempio per ragioni urbanistiche: il muro con l’affresco veniva segato e, stretto in un telaio di ferro, trasportato in Pilotta. Nel 1948 si procedeva allo stacco del dipinto dal muro e al suo trasferimento su tela; l’operazione era completata nel ’68 con il restauro che rimuoveva le ridipinture precedenti e riscopriva il brano di paesaggio che si vede alle spalle della Vergine col Bambino e le due colonne che inquadrano le figure.Questa storia è emblematica delle vicende subite da tante opere esposte, alcune complete nella loro struttura e altre costituite da semplici frammenti ma significative testimonianze dei capolavori da cui sono state estratte come, ad esempio, il magnetico «Volto di Cristo» del Beato Angelico, la lancinante Maria Maddalena piangente di Ercole Roberti; il delizioso putto di Raffaello emergente tra frutta e verzura; i teneri, coloratissimi «Cherubini» di Melozzo da Forli; lo straordinario «Gesù Bambino» del Pintoricchio, benedicente con la mano destra mentre con la sinistra regge il globo terrestre, stando seduto su un cuscino nell’incanto verde di un giardino che scivola verso una città turrita.I dipinti più antichi provengono da Pompei e Ercolano e il loro distacco risale al Settecento: molti hanno una funzione decorativa e sono stati eseguiti con una particolare cura dei dettagli; imponente nella sua misurata classicità il «Teseo liberatore», ringraziato dai fanciulli salvati dal Minotauro. Risalendo nei secoli si incontra la «Strage degli innocenti» di un maestro (Berlinghiero da Lucca?) in contatto col cantiere del Battistero di Parma. Il Trecento si apre col frammento di Giotto di «Gioacchino tra i pastori», salvato dalla chiesa di Badia, con brani del giottesco Francesco da Rimini e con la splendida «Madonna del ricamo» di Vitale da Bologna.La presenza di artisti emiliani dei secoli successivi è particolarmente ricca: Girolamo da Carpi, Nicolò dell’Abate, il Garofalo. Al giovanissimo Correggio viene attribuita, con alcune perplessità, la «Deposizione» proveniente dalla basilica di S. Andrea di Mantova, le cui condizioni sono molto disastrate e che rivela chiari influssi mantegneschi. Tra le opere pervenute in buone condizioni spiccano per la aggressiva carica di violenza «Il ratto di Ganimede» di Lelio Orsi e «La mensa dei troiani insozzata dalle arpie» di Annibale e Ludovico Carracci, autore anche di una spettacolare «Caduta di Fetonte». Domenichino con Narciso ci fa scoprire la novità di amabili, serene descrizioni paesaggistiche mentre Veronese ci diverte coi virtuosistici giochi dei putti tra le colonne dei balconi. Eppoi Guercino, Reni, Pontormo, Luini, Romanino, Signorelli, Giulio Romano, Andrea del Castagno e tanti altri fino a Tiepolo con Minerva galleggiante in spazi siderei fra putti gioiosamente vaganti.

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