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Elsa Morante, cuore senza veli

Intervista a Jean-Noel Schifano autore di un volume che raccoglie le sue conversazioni con la scrittrice. "L'ho frequentata molto negli ultimi due anni della sua vita. Moravia è stata una persona fondamentale per lei, che lo ha molto amato. Alberto le voleva bene, ma non con la passione che lei desiderava"

Elsa Morante, cuore senza veli

Elsa Morante e Moravia

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E’ stato una delle poche persone ammesse nella stanza di Villa Margherita, la clinica romana dove la più grande scrittrice italiana del Novecento ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita. Nella camera 127, Jean-Noel Schifano è entrato per la prima volta come traduttore dell’ultimo romanzo di Elsa Morante, «Aracoeli», e ne è uscito come amico, confidente, depositario dei suoi ricordi più segreti. Elsa gli ha raccontato la fanciullezza povera in una famiglia divisa, i soggiorni nella villa dell’aristocratica madrina, le ambizioni letterarie, il grande amore con il marito, Alberto Moravia, la passione non corrisposta per Luchino Visconti, la paura della vecchiaia, della malattia, della solitudine. Intellettuale francese e traduttore delle opere di Svevo, Umberto Eco, Alberto Savinio, Schifano ha dedicato alla Morante molti articoli e ha curato insieme a Tjuna Notarbartolo il libro «Cahiers Elsa Morante», ma solo ora, in «E. M. o la divina barbara» si è deciso a rivelare l’intimità di quei loro incontri che si sono conclusi solo con la morte della scrittrice, avvenuta il 25 novembre 1985.
Partiamo dal titolo: «E.M. o la divina barbara». Come l’ha scelto?
Elsa definiva «divini barbari» gli adolescenti per cui ha sempre avuto una speciale predilezione. Forse perché anche lei, così irruente e impetuosa, ha mantenuto fino alla fine un’anima adolescenziale. Lontana dalla mondanità e dai circoli letterari, adorava invece circondarsi di persone molto giovani, che ha reso protagonisti dei suoi romanzi.
Nel sottotitolo usa il termine «romanzo confidenziale». Quello che lei ha scritto è dunque fiction o realtà?
Tutto quello che racconto di Elsa Morante è vero, dalla prima all’ultima parola. Non avrei mai osato inventare nulla di ciò che la riguardo. L’ho chiamato romanzo per la struttura narrativa che ho scelto di utilizzare. Il libro è diviso in due parti che si incrociano continuamente: le mie visite alla clinica Villa Margherita e poi le notti trascorse in un albergo a due passi dal Tevere con la mia amante Polina. La costruzione è dunque romanzesca, non quello che racconto.
Come è avvenuto il vostro primo incontro?
Avevo ricevuto l’incarico dall’editore Gallimard di tradurre il suo ultimo romanzo: «Aracoeli». Desideravo farle vedere la traduzione del libro a cui avevo lavorato per un anno intero, ma non era facile riuscire a penetrare nel muro di protezione che aveva edificato attorno a sé. Pochissime persone, ormai, erano ammesse nella sua camera. E la sua fedelissima governante Lucia vegliava che tutto avvenisse secondo i suoi desideri. Io ci riuscii grazie a Carlo Cecchi che combinò l’incontro. Elsa aveva sempre bisogno di mettere alla prova le persone che ancora non conosceva e anche con me all’inizio fu molto dura. Mi rimproverò di avere saltato nella traduzione alcune pagine del suo libro. Non era vero e io, nonostante l’ammirazione e la riverenza che avevo per lei, le risposi con decisione. Da quel momento tutto cambiò. E’ nato tra noi un rapporto diretto e di seduzione reciproca. Ogni volta Elsa mi aspettava con ansia e quando ritornavo a Parigi ci sentivamo molto spesso e mi chiedeva quando sarei tornato. Abbiamo continuato a vederci per un anno: dal novembre dell’84 al novembre dell’85, quando morì.
Come si svolgevano i vostri incontri in clinica?
Non aveva perso la sua femminilità e per nascondere i suoi capelli grigi si metteva un foulard di lino rosa o azzurro, che annodava in un grosso nodo sotto il mento. A volte, quando il tempo lo permetteva, la portavo con la sedia a rotelle in giardino. E ci mettevamo a chiacchierare per ore sotto una grande magnolia. Mi raccontava del suo passato: della sua famiglia, dei suoi amori sempre tormentati. Mi parlava dei suoi personaggi che erano i suoi veri figli, dai quali stentava a staccarsi. E poi delle sue opere per cui ha sacrificato tutto.
Leggendo il suo libro sembra che Alberto Moravia fosse un po’ geloso della vostra amicizia.
Moravia è stata una persona fondamentale per Elsa. Lei lo ha molto amato. Alberto invece l’ha stimata tantissimo, le ha voluto bene ma non con la passione che lei desiderava. Elsa non è stata la donna che Moravia ha amato di più, ma è stata certamente la più importante. Ho un ultimo ricordo di loro due: era mattina ed Elsa mi stringeva con forza la mano. Moravia non era atteso perché le ore dalle otto a mezzogiorno erano sempre consacrate alla scrittura. Ma quel giorno aveva fatto un’eccezione ed entrando, nel vedere le nostre mani strette, ha cercato di separarle con tutta la sua forza. Lui sempre così razionale e controllato, quella volta ha perso le staffe e ripeteva: «Mi riconosci Elsa? Sono Alberto» ma lei rimaneva immobile. Moravia era sempre più nervoso: «Non mi riconosce. Elsa è mia moglie - sosteneva - e adesso non sente, non capisce». Ma più cercava di separare le nostre mani e più lei me le stringeva.
Il vostro ultimo incontro è avvenuto quasi trent’anni fa. Perché ha atteso tanto tempo a scrivere questo libro?
Elsa era molto gelosa della sua vita privata, che anch’io volevo rispettare. Sono tutta nei miei libri, mi diceva. E non voleva che di lei si dicesse altro. Per rispettare questa sua volontà di segretezza, per trent’anni ho tenuto i miei ricordi dentro di me. Mi sono deciso a scriverne solo perché non mi piaceva il modo in cui oggi la si descrive. Si cerca di farne una sorta di statua, mentre Elsa Morante era tutto l’opposto: non era una Madonna eterea e lontana ma una donna passionale. Elsa era tormento, fuoco e sangue. Con il mio libro ho cercato di entrare nei battiti del suo cuore.
E. M. o la divina barbara - Elliot, pag. 114, euro 16,00

 

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