cultura

Tesori d'arte dall'abbazia di Montserrat

Al Forte di Bard (Aosta) fino al 2 giugno capolavori di Caravaggio, Tiepolo, Dalì, Picasso e altri maestri di ogni tempo

Il "San Girolamo" di Caravaggio
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Basterebbe il San Gerolamo di Caravaggio per sancire l’importanza di una collezione e convincere alla visita di una mostra che vede trasferiti, per la prima volta, i tesori dell’Abbazia catalana di Montserrat su un’altra similare altura che è quella del Forte di Bard (Aosta) fino al 2 giugno. Sono 100 opere scelte da una raccolta costituita nel tempo grazie a generose donazioni di mecenati devoti alla «moreneta», la Madonna bruna del monastero. C’è una serie di singolari e provvidenziali coincidenze che ha permesso la realizzazione di questa rassegna nata dall’incontro tra Gabriele Accornero, (consigliere del Forte di Bard e curatore dell’esposizione insieme a Josep de C. Laplana, direttore del Museo di Montserrat), padre Enzo Bianchi, priore di Bose e l’abate di Montserrat. Rari e preziosi capolavori si susseguono, dal periodo romanico fino alle Avanguardie del XX secolo. Una scultura in pietra di Madonna col Bambino databile al XII secolo, ricorda l’antica storia dell’edificio, fondato nell’XI secolo, distrutto dalle truppe napoleoniche nel 1811 e in seguito ricostruito. Del periodo rinascimentale è particolarmente significativa la «Natività della Vergine» di Pedro Berreguete, uno dei massimi esponenti della rinascenza spagnola, dai chiari influssi fiamminghi e ricordato per aver lavorato in Italia ai ritratti dello studiolo nel Palazzo Ducale di Urbino. Il Manierismo è degnamente rappresentato dall’elegante «Sacra Famiglia» di Marco Pino che unisce alla monumentalità michelangiolesca la grazia di Raffaello. Del Seicento, oltre al già citato San Girolamo di Caravaggio, perfetta icona per un luogo di contemplazione e preghiera, si trovano, tra gli altri, un ritratto attribuito a Luca Giordano, una Madonna del Solimena, una Sacra Famiglia del Cignaroli. Nel ‘700 ecco la raffinata, ariosa «Allegoria per la nascita di Francesco I d’Austria» di Giambattista Tiepolo. La sezione del «Realismo e modernismo» si concentra soprattutto sugli autori spagnoli che ricalcano nello stile i contemporanei francesi rappresentati dagli Impressionisti quali Sisley, Monet, Degas con i noti paesaggi e un originale ritratto di «Vecchia seduta» di Pissarro, in un insolito impasto materico e d’una sensibilità alla Rembrandt che peraltro è qui presente con due stampe. Grande spazio è dato all’arte catalana della fine del XIX e inizi XX secolo, dove si nota una chiara dipendenza dai modelli espressivi di Toulouse-Lautrec, come in Claudi Castelucho Diana e nei disegni a carboncino di Isidre Nonell, oppure una traduzione personale dell’Espressionismo in Joachim Mir che passa da opere in stile Fauves ad altre, quali «Un povero bambino», dove ricorda le dissolvenze dolenti di Munch, pur senza quegli apici di angoscia. Tra tanti paralleli catalani dell’arte francese si arriva poi a Rouault con la sua «Salomé», quindi alla Goncharova, Juan Gris, Metzinger, Mirò, Tàpies. Sosta a parte meritano i due grandi spagnoli del XX secolo, ovvero Picasso e Dalì. Il «vecchio pescatore» e «Il chierichetto» di Picasso sono stati realizzati all’età di 14-15 anni e danno la misura della genialità dell’artista, non solo per l’abilità tecnica, ma anche per la capacità di penetrazione psicologica e la forza espressiva. Di lui abbiamo anche «Il picador» e «La ronda della pace» dedicata all’abate di Montserrat. Di Salvador Dalì invece, a parte la composizione cubista originata dalla frequentazione di Picasso a Parigi, sono due ritratti, di cui quello intensissimo del padre mentre scrive, realizzato a carboncino su carta. Vi è poi una sezione dedicata alle opere grafiche, la cui tematica è prevalentemente religiosa o circonfusa da ispirazione poetica. Spiccano la «Visione di Isaia» di Chagall, l’ «Invocazione» di Marino Marini e «Sunt lacrimae rerum» di Georges Rouault, un vero e proprio Miserere visivo, dove il segno sembra incidere nel dolore fino in fondo, fino alla luce che è dietro, oltre l’umanità prostrata.C’è comunque in tutte queste opere un comune denominatore, un fil rouge mistico, un crescendo interiore, una tenerezza che abbraccia lo sguardo sulle cose e sul mondo, sulle cose del mondo. Dalla Madonna del XII secolo fino al segno nero di Hartung, dalla riflessione meditativa di San Girolamo agli uccelli di Braque, il segno di pennello o di matita va dalla profondità dell’anima allo slancio celeste. Per toccare il cielo e il divino forse bisogna salire a Montserrat, al Forte di Bard, oppure semplicemente fermarsi a contemplare opere d’arte. Insieme ai migliaia di volumi della Biblioteca abbaziale, per una collezione mai luogo fu più adatto di questo, mai preghiera più perfetta.

 

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