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San Secondo, Verdi sponsor della spalla

Il Maestro ne andava ghiotto

San Secondo, Verdi sponsor della spalla
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La nostra Bassa è musica, musica vera. Senza scomodare il «mito» per eccellenza del pentagramma che ebbe i natali in quel di Roncole due secoli fa e che iniziò il suo leggendario percorso proprio in questa nebbiosa e solatìa terra, la musica che offre la Bassa la si può ascoltare anche in questi giorni quando i colori, i profumi e gli umori della campagna e di quella terra scura da pane scrivono sul pentagramma del Creato stupende note che il Po affida al mare. In queste note c'è tutta la nostra gente padana, la sua storia. Una storia fatta di lavoro duro, di lotte sociali, di grandi passioni.
Ebbene, tutto ciò deve avere ispirato Lodovico Ronchini, sensecondino doc, melomane da sempre, storico loggionista del «Regio», componente del «Gruppo appassionati verdiani Grotta Mafalda», a scrivere un bel libro uscito di recente per i caratteri delle «Grafiche Step»: « Viva Verdi Viva San Secondo». Nel libro, in elegante veste grafica, tante foto a colori e in bianco e nero, immagini, manifesti e locandine d’epoca di opere e concerti ma, soprattutto, i dipinti dell’indimenticato Proferio Grossi tra i quali quali un sontuoso Verdi in copertina. Nel libro anche piacevoli pagine dello scrittore sansecondino Arnaldo Scaramuzza a dare un tono di classicità e di calore tutto nostrano alla pubblicazione.
Il libro, ovviamente, apre con un omaggio a Giuseppe Verdi, colui che dichiarò pubblicamente « io sono e sarò sempre il contadino delle Roncole». Un’affettuosa citazione, l'autore, la dedica a don Ferruccio Botti, il popolare ed indimenticato «Ferrutius», parroco di Talignano, per tanti anni collaboratore della Gazzetta di Parma, studioso di storia locale e scrittore verdiano. E, proprio citando le « Spigolature verdiane» di don Ferruccio, Ronchini cita un passo di una lettera di Verdi che sembra scritta ieri, pardòn oggi. Da pelle d’oca. «Ho speso qualche soldo che ha dato da mangiare a molti poveri operai, perchè dovete sapere voi abitanti delle capitali, che la miseria nelle classi povere è grande, grande, grandissima e se non ci sarà una Provvidenza sia dall’alto o dal basso, una volta o l’altra, succederanno guai gravissimi. Vedete: se io fossi al Governo, non penserei al partito, al bianco, al rosso, o al nero: penserei al pane da mangiare». Perdonino melomani, studiosi e critici ma, questa, molto probabilmente, è fra le «opere» più belle scritte da Giuseppe, meglio, Peppino Verdi.
Il libro dedica una parte a «Verdi a San Secondo» e, a questo proposito, l’autore cita un’altra lettera del Maestro, datata 27 aprile 1872, che Verdi scrisse all’amico conte Arrivabene. «Io non diventerò feudatario della Rocca di San Secondo, ma posso benissimo mandarti una «spalletta» di quel santo. Anzi te l’ho già spedita stamattina colla ferrovia. Quantunque la stagione un po' avanzata, spero la troverai buona. Devi però mangiarla subito prima che arrivi il caldo. Sai tu come va cucinata? Prima di metterla al fuoco, bisogna levarla di sale, cioè lavarla per un paio d’ore nell’acqua tiepida. Dopo si mette al fuoco entro un recipiente che contenga molta acqua. Deve bollire a fuoco lento per sei ore, poi la lascerai raffreddare nel suo brodo. Fredda che sia, vale a dire circa 24 ore dopo, levala dalla pentola, asciugala e mangiala. Come tu sai «Aida» andò bene... Dunque occupati ora della «spalletta» e sappimi dire come l’avrai trovata». Tutto ciò a riprova della «sansecondinità» di Verdi e del grande apprezzamento che mostrava per la spalla cotta di San Secondo della quale fu anche un buon consumatore oltre che promoter.
Il libro, inoltre, elenca tutti i musicisti sansecondini: cantanti, maestri, compositori fra quali Arnaldo Furlotti, nato a San Secondo nel 1880, musicista- sacerdote famoso per le sue composizioni di musica sacra. Ed ancora: il flautista Giuseppe Boccacci, il violinista Alberto Boccacci, l’oboista Mario Bocchia, il maestro Everardo Bernardelli e tanti altri. Come pure, Ronchini, ha citato le bande, dall’epopea del Concerto Cantoni (1861) in poi come quella diretta dal maestro Antonio Frazzi compositore di polke, mazurche e valzer. Un capitolo è dedicato anche al Teatro di San Secondo che un tempo ospitò opere importanti come testimoniano i manifesti d’epoca.
Non poteva mancare un richiamo alla corale «Don Arnaldo Furlotti», diretta dal soprano Irene D’Angelo. L’autore traccia anche un toccante ricordo di un altro verdiano doc immaturamente scomparso alcuni anni fa: Franco Morini. «Diede una voce alle speranze e ai lutti, pianse e amò per tutti». E, chi ama Verdi e le sue opere, può benissimo comprendere queste parole incise là nel paradiso dove riposano i grandi.

 

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