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Una rara malattia «aiutò» Paganini

Niccolò Paganini

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L'estro di Paganini: frutto del suo genio, …e di una singolare malattia. Non è certo necessario ricordare ai parmigiani chi è stato Niccolò Paganini: il maggior violinista mai esistito, conclamato esempio di genio e sregolatezza per i livelli eccelsi di creatività artistica raggiunti uniti a follia, licenziosità, lontananza dalle convenzioni di un mondo cui sapeva di non appartenere.
Nato a Genova nel 1782 da famiglia modesta, a tredici anni, avendo dimostrato particolari attitudini musicali, fu accompagnato dal padre al Conservatorio di Parma perché potesse studiare alla scuola del grande violinista Alessandro Rolla, a quel tempo Prima Viola al Teatro Ducale.
Paganini raggiungerà livelli di abilità elevatissimi, tali da permettergli di riprodurre alla perfezione, con il violino, il canto degli uccelli e il verso di parecchi animali, quando i suoni della natura affascinavano la gente più della Nona Sinfonia. Esecuzioni magistrali, che creavano attorno a lui un’aura di mistero, favorendo le voci di un suo patto con il diavolo per ottenere l’estro artistico. «Paganini non ripete…» rispose al re di Sardegna Carlo Felice di Savoia che gli chiedeva un bis: non per arroganza, ma perché le sue esecuzioni erano sempre uniche, singolarissime, non ammettevano repliche.
Tutto merito del suo genio? Certamente. Ma è bene sapere che in lui esisteva qualcosa di più, capace di esaltare le sue doti artistiche: una singolare malattia che, accanto alla gloria, gli ha procurato anche tanta infelicità.
Fin da giovane, Niccolò appariva di corporatura esile, delicata; una caratteristica che, se da un lato lo faceva apparire una creatura quasi angelica, dall’altro era sintomo di una salute fragilissima, causa di esaurimenti nervosi, affaticamenti e, più avanti, attacchi di emottisi.
Allo stesso tempo, le descrizioni dei contemporanei e i rari dagherrotipi che ci sono pervenuti lo presentano con lunghe dita affusolate e ossute, le mani pallide solcate da vene in forte rilievo e piedi lunghi, sproporzionati, che muoveva al ritmo della sua musica mentre contorceva il corpo in pose bizzarre, ad altri impossibili. Tutti segni oggi riconducibili alla sindrome di Marfan: così chiamata dal nome del pediatra francese Antoine Marfan che fu il primo a diagnosticarla all’inizio del secolo scorso.

Questa patologia ha accomunato parecchi illustri personaggi: dal Presidente americano Abram Lincoln a Charles de Gaulle, da Talleyrand-Périgord a Sergei Rachmaninov… per non parlare dei sintomi che appaiono a carico del faraone Akhenaton. Ed è causata da una mutazione genetica, che può provocare conseguenze tra loro assai diverse su tre distretti corporei: il sistema oculare, il sistema cardiovascolare, e il sistema scheletrico, per effetto del disordine provocato nel tessuto connettivo diffuso nella struttura dell’organismo. Limitandoci all’ultimo caso, il malato può presentare misure fuori del comune, con una statura eccezionale e arti lunghi, sproporzionati.
Una vita impossibile? Diciamo piuttosto una vita difficile, soprattutto quando non era acquisito, a livello culturale, il concetto di diversamente abili, che consente a parecchi individui, in passato destinati all’emarginazione, di affermarsi in società. Ma con un risvolto che apre a interessanti considerazioni.
Dopo recenti approfondimenti, alcuni condotti nel laboratorio MAGI di Rovereto pratico di test genetici per tutte le forme note di malformazione vascolare ereditarie, è lecito affermare che al virtuosismo di Paganini nel trattare il violino contribuì proprio la malattia, fornendogli delle dita eccezionalmente lunghe, ipersensibili, rese con l’esercizio elastiche e flessibili. Senza di essa egli sarebbe di certo diventato un ottimo strumentista; ma non avrebbe raggiunto gli incomparabili livelli di virtuosismo che tutto il mondo oggi gli riconosce.

Alcuni anni prima di morire, stanco e aggredito dalle malattie, Paganini avvertì il desiderio di riavvicinare gli amici di Parma, e acquistò una villa a Gaione, poi battezzata Villa Paganini, dove iniziò a soggiornare per riposarsi negli intervalli concessi dal lavoro. Morirà a Nizza nel 1840, a 58 anni, quasi afono a causa dell’aggravarsi della tisi laringea di origine sifilitica, una malattia allora diffusa nell’alta società più del raffreddore.

Anche dopo morto, il grande funambolo della musica non conobbe pace. La vita mondana e le dicerie sul suo conto erano state motivo di scandalo, per cui il vescovo di Nizza, che sarà stato un campione di fede, ma non di sagacia, ne vietò la sepoltura in terra consacrata. Il suo corpo fu così imbalsamato per essere conservato provvisoriamente in una cantina; fino a quando, dopo vari spostamenti, gli amici di Gaione chiesero di seppellirlo nel paese, accanto a loro. Ci vorrà la duchessa di Parma Maria Luigia a dargli degna sepoltura, nel 1846, nel nuovo Cimitero cittadino della Villetta da lei stessa fatto costruire, dove oggi riposa.

 

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  • Niccolò

    16 Marzo @ 23.21

    Rimango stupito ed esterrefatto che ancora, nel 2014, il grande violinista Paganini sia vittima delle solite leggende e dicerie. Sia in vita che in morte ha subito e pagato a caro prezzo tali fandonie che hanno ostacolato il raggiungimento della verità storica. Quindi, trovo ingiusto come pronipote e musicologo che qualcuno possa affermare ancora falsità e inesattezze sul suo conto. Nessuno, e ripeto nessuno al mondo può affermare che Paganini è diventato un grande virtuoso grazie ad una malattia genetica. Non esiste alcuno studio serio che possa appurare tale malattia perché l'unica possibilità sarebbe di analizzare parte del corpo per estrarre il DNA, cosa che alcun medico o "fantomatico" centro ha fatto o potuto fare. La maestria del violinista genovese è frutto di doti personali ed esercizi fisici eccezionali. La sindrome di Marfan è solo un'ipotesi e non una certezza come affermato in precedenti articoli da voi pubblicati. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. Concludo con le bellissime parole scritte da Liszt dopo la morte di Paganini: "Lo splendore senz’ombra della sua fama, l’immensa distanza ch’essa stabilisce fra lui e quelli che aspirarono a seguirlo, sono cose che, senza dubbio, non si sono mai prodotte a tal punto in alcun destino d’artista, e si volle spiegare un genio inesplicabile con fatti più inesplicabili ancora. Pace alla sua memoria. Egli era grande. E sappiamo noi a quale prezzo la grandezza è data all’uomo?” Niccolò Paganini

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