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Torino? No, pianeta Terra

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di Francesco Mannoni

Io gli altri, una sorta di motto unificante», dice sollevato Ernesto Ferrero dal 1998 direttore della Fiera del libro di Torino, riandando col pensiero alla tormentata edizione dell’anno scorso, quando al Lingotto il Paese ospite fu Israele. Ora, per la kermesse in programma da domani al 18 maggio - inaugurazione alla presenza del presidente della Camera Gianfranco Fini -, si renderà omaggio all’Egitto e soprattutto al tema conduttore che consegna a una condizione di ottimismo.
Negli oltre 50mila metri quadri di superficie e 27 sale convegni, con 1.400 editori che espongono i loro gioielli per la gioia dei 300mila  visitatori che ormai rappresentano la media consolidata di affluenza, si vedranno il Nobel Orhan Pamuk, che magari s'incrocia con David Grossman, Salman Rushdie, Alicia Giméne - Bartlett, Jeffrey Deaver, James Frey, Yu Hua, Alan Drew, accanto ai palestinesi Sayed Kashua, Ibraihim Nasrallah, all’egiziano Ala Al - Aswani e agli italiani Umberto Eco, Claudio Magris, Margaret Mazzantini, Paolo Giordano, Giorgio Faletti con il suo nuovo atteso romanzo, Lidia Ravera, Susanna Tamara, Antonio Scurati per dirne solo alcuni.
«Sarà una vera festa del libro - promette Ferrero -, unico protagonista di questi cinque giorni che si preannunciano ricchi di curiosità, grandi opere letterarie e dibattiti sui temi d’attualità e sul momento critico del Paese e del mondo».

Ferrero, si parla di crisi, ma sembra che per la Fiera di Torino questa parola non esista. Che cosa la rende sempre più attraente, competitiva, al centro dell’attenzione mondiale?
«Per fortuna l’editoria libraria sembra reggere all’onda d’urto della crisi, è uno dei comparti che ancora tiene. La foto di gruppo che il Lingotto offre credo sia confortante. Quanto alla Fiera, il suo successo nasce dalla partecipazione entusiasta di molti: la città, le sue istituzioni, le fondazioni bancarie che la sorreggono, ma soprattutto i lettori. E si deve alla sua natura composita: una grande mostra-mercato che è anche un festival con centinaia di eventi incontri dibattiti, momenti di spettacolo; uno spazio riservato a bambini e ragazzi con un programma specifico; un momento di incontro per i professionali, sempre più frequentato da editori e agenti letterari esteri. Senza dimenticare la città: Torino è diventata bellissima, e piena di attrazioni. Valga per tutte la Reggia di Venaria, che ospita proprio la fascinosa mostra dei tesori subacquei dell’Egitto ellenistico. Da non perdere».

Dopo il clima infuocato della vigilia dell’anno scorso, come vive quest’anno l’attesa dell’evento?
«In confronto all’anno scorso, è quasi un idillio, confortato dalla collaborazione degli editori che è stata particolarmente convinta, e i risultati sono visibili nel programma. Tutti vogliono esserci. La Fiera è diventata una specie di casa di famiglia in cui ritrovarsi per una festa comune. Anche per la presenza dell’Egitto qualcuno ha cercato di creare le solite polemiche».

Chi manovra queste provocazioni, a chi convengono?
«Nella società mediatica è risaputo che le prime pagine dei giornali non si guadagnano con il lavoro serio e le argomentazioni ponderate, ma con la polemica, il chiasso, la rissa, l’invettiva. I professionisti della polemica non si fanno mancare ogni occasione di visibilità. Osservo però che le polemiche dello scorso anno hanno fruttato alla Fiera quello che una campagna pubblicitaria da milioni di euro non avrebbe potuto fare. Ci siamo conquistati una notorietà planetaria. E dunque, grazie».

L'Egitto ha una grande cultura, ma in Italia non sono molte le opere tradotte. Qual è la maggiore caratteristica di questa letteratura?
«La bilancia delle traduzioni pende un po' troppo dalla parte italiana, come gli egiziani ci fanno amabilmente notare. Loro traducono abbastanza, noi poco. Occasioni come la Fiera servono proprio a ricuperare i ritardi, a colmare le lacune. La letteratura egiziana di oggi si misura con temi che sono poi quelli di sempre: il confronto spesso drammatico fra tradizione e modernità, la difficoltà del vivere, le frustrazioni di una società che cerca la propria identità, le poche speranze e le molte delusioni».

Fra gli scrittori contemporanei egiziani, chi in Fiera meglio rappresenta il proprio paese?
«Oggi lo scrittore egiziano più affermato nel mondo, dopo il Nobel Mahfouz, è Ala Al-Aswani, che è riuscito a dar voce alla molteplicità di aspetti della vita del Cairo, rappresentando un alveare condominiale della città. Il suo ''Palazzo Yacoubian'', tradotto da Feltrinelli, è diventato un best-seller mondiale. Poi ci sono dei giovani molto vicini ai loro confratelli occidentali più ''arrabbiati'', come Ahmed Al-Aidy, tradotto dal Saggiatore, che è stato paragonato a Palhaniuk. Stesse scissioni, stessi sconforti, stesso stile duro e diretto. Essere giovani oggi è dura dappertutto».

Sono presenti in Fiera, scrittori israeliani, libanesi, palestinesi, indiani eccetera: il mondo della cultura affratellato in barba a tutti gli odiosi tentativi di mettere l’uno contro l’altro?
«La Fiera ha sempre ospitato scrittori dei Paesi più disparati, e così avverrà in futuro. Ogni strumentalizzazione polemica non riuscirà certo a dividerli. Come diceva Primo Levi, la vita, anche quella letteraria, nasce proprio dall’impurità degli incroci, delle ibridazioni, dei meticciati. Da chi imparare, con chi misurarsi, se non con gli altri?».

 

 

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