Arte-Cultura

La prima festa della Liberazione

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 La «Gazzetta di Parma» del 10 maggio 1945, direttori del giornale, da pochi giorni, Ferdinando Bernini e Tito de Stefano, riporta , con grande risalto in un lunghissimo articolo, gli avvenimenti della «Giornata del Patriota» (9 maggio) in onore soprattutto del Corpo Volontari della Libertà (circa ottomila) e delle loro varie Divisioni e Brigate (Pablo, Garibaldi, Julia, Orsaro, Valtaro, Valceno, Cisa, Beretta, Siligato…) che sfilavano per le vie del centro e si ammassavano poi in piazza Garibaldi fra lacrime e abbracci dei cittadini in tripudio. Si celebrava la fine dall’oppressione fascista e nazista: i discorsi, gli entusiasmi, la fierezza, l’orgoglio partigiano, lo spirito di patria dei partigiani, dei volontari, delle autorità, della Chiesa di Parma, dei cittadini esultanti, tutti, riuniti in nome della libertà conquistata e della nuova insperata attesa di futuro e di cambiamento.

Uomini come Giacomo Ferrari (il valoroso comandante Arta, simbolo della lotta per la quale sacrificò ciò che più amava, il figlio Brunetto), il prof. Pellizzari (Poe) il colonnello Alfred Bowmans, il generale Mario Roveda, il vescovo mons. Evasio Colli, padre Paolino Beltrame Quattrocchi, partigiani del Distaccamento Carpi della XII brigata Garibaldi (in prima fila), il Colonnello Gloria (Paolo Ceschi), Ottavio Luna (Otto) e molti altri, sono visibili nella foto qui pubblicata (originale della famiglia Gabrielli) che oggi, più che mai, appare come un raro, documento storico. La piazza era gremita, gli animi surriscaldati, la gioia straripante, il clima esplosivo quasi di esaltazione collettiva. La celebrazione iniziò con nobili discorsi e con le parole del colonnello Bowmans seguite da quelle del generale Roveda e del prefetto Arta che incendiarono gli animi e le menti. A questo punto, inaspettata, vi fu una sparatoria di cui la «Gazzetta» non riportò notizia. Colpi di arma da fuoco che non si capiva bene da dove provenissero. Ne seguì una grande confusione, un fuggi-fuggi generale specialmente di cittadini spaventati e ancora scossi da paure ed orrori di guerra. Non si seppe mai esattamente l’origine e la verità su questo episodio anche se Pietro Bonardi riporta, (in una nota del suo libro «La Chiesa di Parma e la Guerra ’40-'45»), che forse avvenne a causa dell’assalto di alcuni intemperanti alle botti di vino predisposte in un angolo per festeggiare la giornata.

Il caos che ne era seguito aveva costretto la polizia partigiana a sparare a salve. Fu allora che Padre Paolino, medaglia d’argento al valor militare (per una «impossible mission» partigiana, affidatagli personalmente dal generale Cadorna tesa a salvare molte vite a fine guerra), salì sul palco e riuscì a calmare gli animi con le parole della pace che è lo scopo ultimo e principale di ogni liberazione. Il suo discorso, di cui ci piace riportare almeno una parte, fu pubblicato interamente dalla «Gazzetta di Parma» del ‘45. «…Bravi patrioti, le salve che avete sparato mettendo in fuga molti degli antichi imboscati, mi piace anche quella. L’odore di polvere a voi non mette paura. E siete cari appunto così, con le vostre intemperanze di giovani che sanno essere al momento opportuno, uomini maturi e saldi su cui la patria può contare… Voi siete l’orgoglio di questa Parma che risorge… siete la speranza e la certezza per il domani. E sul suolo sacro di questa Parma combattuta e difesa, voi, i braccati di ieri, voi, i fuorilegge di ieri, voi, i calunniati di ieri, avete dimostrato che la legge eravate voi, che la legge la salvavate e l’avete salvata voi. Ed è in nome di questa legge, che voi oggi figli di Parma, figli di Italia, deponete disciplinati le vostre armi. «Non è una umiliazione, né una mancanza di riguardo per voi. E’ la coerenza… Voi siete stati i volontari della libertà: ormai che la libertà l’avete guadagnata per noi e per voi, la ragione della vita fuori norma è cessata. Voi diventerete gli artefici della norma. Non più con quelle collane pericolose, scoppiettanti, non più con quelle chiome belle fino ad oggi… non più con quegli abiti più o meno sbrindellati. Da domani vita nuova, vita di casa, vita dei campi, vita delle officine, vita della famiglia dove c’è un nido che da tanto vi attende, dove c’è una mamma eroica come voi che un giorno vi ha fatto partire, benedicendovi che, ogni sera, ha pregato per voi e che ha il diritto di riabbracciarvi al più presto col serto di una gloria che nessuno potrà cancellare dalla vostra fronte. «Figlioli patrioti, al lavoro. Nell'unità, nell'amore, con la benedizione di Dio.

L'esponente più alto della vostra provincia, il vostro Arta che con voi ha diviso i sacrifici ed il sangue ed i lutti, l'uomo che porta per tutti voi impresso nel cuore la piaga di un tremendo sacrificio, in nome suo ed in nome vostro, ha detto: «Giustizia estrema, ma non vendetta». Così sia ,figlioli. Sia questa la vostra promessa prima di tornare alle vostre case. Così uniti Garibaldini e Iulia, Pablo e Giustizia e Libertà… tutti uniti in un solo nome, in un solo colore, in un solo cemento di fede e di sacrificio, in un solo abbraccio che tutti ci affratella, in questa gloriosa giornata. Figli di Parma, figli di Italia, figli di Dio, che Iddio vi benedica, vi accompagni, vi custodisca in questa ripresa in armonia di giustizia, di carità e su tante macerie e sulle trincee erette dai vostri spiriti e dai vostri petti, risorga nuova, giusta, fiera, dignitosa, nobile, la grande madre: “L’Italia”». Dopo questo discorso gli animi erano completamente sedati e la celebrazione patriottica si concludeva con le parole del patriota Lamberti (Amerigo Clocchiati, vicecomandante del Comando generale Nord Emilia) inneggianti alla fortuna ed al futuro di una Italia libera e risorta contro il nemico tedesco e all’oppressore fascista. Le formazioni rientravano ordinatamente ai propri distaccamenti fra gli applausi della folla festante: i più sentiti erano per le Brigate del Corpo Volontari della Libertà. Padre Paolino, 40 anni dopo, il 13 gennaio 1988, ebbe a dire nel Monastero di S. Giovanni: «Esistevano formazioni partigiane laiche e formazioni cristiane, un Comando Unico Operativo che, per mesi, vide il connubio che oggi chiamerei “ecumenico” fra un comandante comunista, il carissimo Giacomo Ferrari ed un commissario politico unico, Achille Pellizzari, dichiaratamente cristiano». Un momento unico a Parma, in cui gli opposti si incontrarono nel nome di un ideale di pace, giustizia e libertà più alto e partecipato, super partes, che infiammò gli animi di molti e in cui «i cristiani e la Chiesa di Parma fecero da baluardo all’irrompere dell’odio fratricida, delle vendette, delle rappresaglie e di possibili progetti sovversivi…». Per questo Parma e provincia non conobbero quel bagno di sangue che funestò altre zone. ROSANGELA RASTELLI

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