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Rosanna Carteri, soprano impeccabile e assoluto

Biografia della cantante scritta da Paolo Padoan

Rosanna Carteri

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N ella colonna dei non pochi «Tornate all’antico, e sarà un progresso» che urgono alla moderna educazione dei cantanti d’opera, l’assennatezza dello studio è indifferibile. Facili miraggi di guadagni e notorietà, aggiunti a eccessi di autostima artistica e alla fretta di crescere, creano illusioni e impoveriscono i palcoscenici, mistificando la qualità. Ecco, Rosanna Carteri è l’esempio dell’opposto di tutto questo: consapevolezza e cura dei propri mezzi, saggezza di non abbassarsi alla competizione triviale, istinto di fare il giusto senza scivolare nelle tentazioni della ribalta, tanto che nel 1966, a trentasei anni, nel pieno del fulgore internazionale, ha spedito di colpo in soffitta il mondo operistico. Del resto, aveva già rifiutato un’offertona della Paramount che le chiedeva di allontanarsi dai palcoscenici, lasciando così nel proprio carnet extrateatrale solo una comparsa al «Musichiere», una in un Carosello di famosi biscotti – quando cioè la tv era popolare e cólta allo stesso tempo – e un cameo in un film del 1956 con Sordi e Fabrizi, «Mi permette babbo», nei panni di se stessa mentre canta nell’ultimo atto della «Traviata» (e Sordi che fa il medico Grenville). Per il resto, Rosanna Carteri è stata sempre e solo teatro d’opera, e relativi dischi, in fondo le era naturale destino: studi di pianoforte e canto nella sua Verona, con Cusinati ed Ederle, debutto non ancora diciannovenne in «Lohengrin» ma soprattutto un anno dopo «Suor Angelica» all’Opera di Roma, che già disegna un ritratto d’interprete. Puccini diventerà infatti terreno prediletto per una soprano lirico naturalissimo che prudentemente non uscirà da quelle regioni vocali, al massimo qualche escursione in aree più leggere (Susanna, Zerlina, Adina), ma sempre consapevole dei propri mezzi e per questo padroneggiandoli con naturalezza. Certamente la natura aveva fatto il suo: eleganza, avvenenza, timbro corposo dai centri pieni; una tecnica ben studiata le ha portato espressività, sicurezza, facilità nei cambi di registro, emissione chiara, espressività, fluidità – mai si sentono nei suoi dischi accentazioni pesanti, mai legati approssimativi, mai smorzature singhiozzanti. Per certi versi, la Carteri fu un Alfredo Kraus al femminile: tecnica impeccabile, intelligenza interpretativa e nessuna escursione pericolosa. Opportunamente Paolo Padoan, che ne ha appena ricostruito una sostanziosa biografia per Marsilio («Rosanna Carteri. Il fascino di una voce»), annota ad esempio il suo rapido abbandono di un personaggio come Tosca pur dopo alcune felicissime esecuzioni, come segno di cura del repertorio. Eppure, consultando i minuziosi repertori di questo libro – che sarà presentato oggi alle 17,30 al Ridotto del Teatro Regio di Parma da chi scrive, da Armando Torno (saggista, musicofilo, nota firma del «Corriere della Sera» e prefatore del volume) e dall’amministratore esecutivo della Fondazione Teatro Regio Carlo Fontana, con la partecipazione della stessa Rosanna Carteri – il repertorio abbracciato in diciotto anni appare ragguardevole, fra cui la prima di «Il calzare d’argento» di Pizzetti, «La Cecchina» di Piccinni (debutto scaligero), persino, udite udite, l'«Orlando» di Händel e «L’opera d’Aran» di Gilbert Bécaud. A sentire lei però, il suo mondo erano Puccini e Verdi. Se con le sue Mimì, Suor Angelica, Butterfly, Liù siamo di fronte a esempi assoluti d’interpretazione, con Traviata e Desdemona entriamo in un altro campo. Fu Violetta nella prima prima opera trasmessa dalla Rai, fu una «Traviata» all’Opéra in cui il direttore di «Le Figaro» le confessò di preferirla alla Callas, e fu lei a cantare al Regio Violetta nel 1962 diretta da Basile con un giovane Alfredo Kraus. Ma nella sua Violetta non c’era il taglio vocale, c’era la passione del personaggio. Inutile dire che una cantante così dal loggione del Regio non avrebbe mai dovuto temere alcunché e infatti solo fiori le caddero addosso l’anno successivo con la «Manon» di Massenet – altro suo ruolo da incorniciare. Il modello era chiaramente Maria Caniglia, e forse anche per questo rimase lontana dalle spade incrociate da Callas e Tebaldi, apparendo anzi come un atipico caso di soprano eccellente eppure antidiva, eppure antidiva pur ammessa unanimemente al livello delle Callas, delle Tebaldi e delle Schwarzkopf, pur frequentando personalmente la Callas, pur facendosi dirigere ammirata da Toscanini e Furtwängler, pur cantando per Elisabetta II e per Reza Pahlavi. Nessuna sorpresa allora se dopo un «Otello», proprio al Regio di Parma, Rosanna Carteri decise di preferire il marito Franco Grosoli, la famiglia e una vita appartata, senza pentimenti per il prima e per il dopo, e concendendosi solo qualche apparizione per lo più per beneficenza, di cui una a Parma nel 1971, tanto quello che era fatto era fatto, ed era stato fatto bene.
Rosanna Carteri
Marsilio, pag. 303, 23,00

 

 

 

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