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La Cattedrale rivelata di Schifano

La Cattedrale rivelata di Schifano
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Marzio Dall'Acqua
«La Cattedrale rivelata» (Mario Schifano incontra la Cattedrale di Fidenza e la via Francigena) è il titolo della mostra, aperta fino al 7 giugno, nella chiesa di San Giorgio a Fidenza.
Mario Schifano, incantato viaggiatore dello sguardo, del sogno ad occhi aperti, che vedeva con l’emozione della mente intorno e dentro di lui dipanarsi tutto il mondo, tutto il visibile, è stato davvero a Fidenza. Si è mosso nelle strade medievali, è rimasto affascinato dal Duomo, enciclopedia di pietra scolpita e graffita, miniatura del mondo reale, solo così riassumibile e comprensibile, microcosmo di misteri, illuminazioni e divine soluzioni, posta sulla Francigena, la via dei pellegrini, la grande onda perenne che vagava e dilagava dal cuore dell’Europa verso Roma e oltre, verso la Terrasanta. Migrazione verso la Gerusalemme celeste, nella quale il vivere si confondeva con la tensione a una religiosità che si impastasse di carne, redimendola nel viaggio, nell’andare guidati dai corpi santi, dalle reliquie, dalle pratiche della devozione, dalle liturgie, dalle preghiere e dai canti.
La Cattedrale di San Donnino, con la sua leggenda aurea, rappresenta questa dimensione dell’errare nomadico, dell’attesa di essere guidati da una stella, dal mescolarsi di passato e presente, dall’impastarsi insieme delle diverse stagioni dell’uomo e della storia, nella certezza della fine imminente di ogni tempo, nel brivido di presagi che avevano colori e venti d’apocalisse. Nell’iconografia antelamica della chiesa i profeti si mescolano con le storie di Cristo, l’Antico e il Nuovo Testamento erano avviluppati con gli annunci concreti e simbolici dell’Apocalisse, le vicende di San Donnino e i suoi miracoli affiancavano i cortei dei pellegrini, che nelle sculture della facciata e lungo la torre meridionale si confondono con i re magi che cavalcano lungo la torre di settentrione, con i soldati imperiali che inseguono il santo e i suoi compagni. Il tetto a capanna e le due torri angolari scandiscono la fronte, la caretterizzano, la rendono unica, riconoscibile, stagliandola nel cielo che mutando con le luci delle stagioni ne sgrana le cromie della pietra e la trasforma.
E’ tutto questo che vede Schifano negli anni Novanta. Egli percepisce, in un certo senso dolorosamente e con acuta e irreperabile nostalgia, che il suo aggirarsi intorno al Duomo, il suo farsi dominare e affascinare dai mille particolari, dalle cangianti atmosfere, comunque non gli permette di cogliere l’essenza del messaggio degli antichi maestri, dei chierici ideatori delle storie, dei pellegrini che attraverso la fede percepivano unitariamente l’edificio, vi entravano dopo aver colto gli ammaestramenti e le suggestioni simboliche dell’esterno, facendo così una esperienza esistenziale e non estetica.
La stessa felicità dell'occhio che guarda, reinventa, trasforma, era per Schifano la denuncia di una frattura, di una rottura che impediva di cogliere i significati profondi e originari per riunire sparsi segni, annotazioni frammentarie rotte, fratte in un particolarismo che ha la frettolosità dell'appunto grafico, la frescheza del ricordo mnemonico, la precarietà dell'annotazione pittorica, la non oggettività del foglio. Del colore, della matita che disegna. E' questo il modo di guardare di oggi, lo sguardo del turista, ma anche dell'artista che partecipa pienamente al proprio tempo. E Schifano di questo aveva acuta coscienza, così come aveva coscienza dell'essere uomo dell'oggi, immerso nel presente, per questo a queste tavole che voleva dipingere, a questa incantevole e incantata serie fidentina voleva dare il titolo di «Cattedrale inghiottita», per indicare questa crisi del tempo.
 

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