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Una vita armata di penna

Una vita armata di penna
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Claudio Rinaldi
Dice che l'Italia è il suo cuore e l'Uruguay la sua anima, Federico Guiglia. La vita può essere un romanzo: la sua lo è, nessun dubbio su ciò. E proprio in un romanzo la racconta – dall'infanzia a Montevideo all'adolescenza in Italia, alla professione di giornalista in giro per il mondo – nel volume da poco uscito in libreria, «Ho toccato l'Italia col piede destro» (sottotitolo: «La vita controcorrente di un giornalista che ha sempre creduto nei suoi sogni», Aliberti editore, 216 pagine, 15 euro).
E' giornalista per vocazione, Guiglia. Oggi, alla soglia dei cinquant'anni, è editorialista della «Gazzetta di Parma» e conduttore, con Lilli Gruber, di «Otto e mezzo» su «La7». In un quarto di secolo di professione ha fatto tutti gli scalini, da cronista a direttore. Cresciuto nella «scuola» di Indro Montanelli, è diventato giornalista parlamentare e poi vicecaporedattore del «Giornale», poi vicedirettore e quindi direttore del «Borghese». Ha scritto per oltre venti testate, in Italia e all'estero, e curato rubriche e inchieste per «Rai International».
Con la penna agile e brillante che i lettori ben conoscono, Guiglia racconta tutto se stesso. Con sincerità, con passione. Un «viaggio» che parte da Montevideo, dove è nato – da padre mantovano e madre uruguaiana – e ha vissuto tredici anni. Non certo facili, specie gli ultimi: quando è stato vittima di una separazione molto conflittuale dei genitori. A tredici anni il padre lo pone di fronte a una scelta non propriamente da bambino. E lui sceglie: sceglie di fuggire dal Sudamerica da clandestino, con padre e fratellino, verso una nuova vita in Italia: a Merano. Dove qualche anno dopo mette in piedi, con la famiglia, una radio privata: è allora che nasce il germe del giornalismo.
Con enorme fatica – dopo aver bussato alla porta di una ventina e più di giornali, lungo tutto lo Stivale, collezionando solo tanti sorrisi e nessuna proposta di lavoro – riesce a «piazzare» un pezzo sul «Giornale» del suo mito Montanelli. Un deputato, indignato per il taglio delle sue prime collaborazioni dall'Alto Adige,  in cui sottolineava le forti difficoltà vissute dalla minoranza italiana, mette nero su bianco le sue proteste e le manda, piccato, a Montanelli. Il quale, allergico alle pressioni dei potenti, mette la lettera in una busta e la spedisce al giovane collaboratore esordiente, come «trofeo». «Lo scudo di libertà per anni garantito da Montanelli a tutti noi – i suoi giornalisti – era impenetrabile».
Era destino che Guiglia entrasse al «Giornale», prima o poi: di Montanelli si era innamorato da tempo: per quel che scriveva e per come lo scriveva (il suo italiano – dice – «aveva la persuasione del canto e l'eleganza del dipinto»).
Da giornalista, gira il mondo (Machu Picchu e Patagonia, Brasile e Stati Uniti, Tokyo e Helsinki, Londra e Berlino, Colonia e Bucarest, Madrid e Gerusalemme) prima di approdare a Roma. Roma, Parlamento. Camera e Senato. Diventa uno dei più grandi esperti dei retroscena che stanno dietro i governi, le alleanze, le riforme più o meno fasulle.
La vita di Guiglia s'intreccia, inevitabilmente, con quella dei leader politici della prima e della seconda Repubblica. Craxi, per cominciare: di lui ricorda le «luci potenti» («anticipatore di Ciampi per la patria, di Bossi per il linguaggio, di Berlusconi per la capacità d'entrare in sintonia con il sentire “popolare” degli italiani») oltre alle «ombre pesanti», alla fine che tutti sappiamo. Andreotti, al quale Guiglia strappa un'intervista-scoop, finita in prima sul «Giornale» con titolo a tutta pagina, appostandosi all'alba davanti al suo ufficio. Di Berlusconi ricorda un «no» di cui va particolarmente orgoglioso. Intervista telefonica, poco dopo la «discesa in campo». Berlusconi è l'editore del «Giornale» (di cui Guiglia è vicecaporedattore e responsabile del settore politico). A fine chiacchierata, il Cavaliere chiede educatamente di poter leggere l'intervista, prima della pubblicazione, «per controllare quel che ho detto». «Non si preoccupi: sono sicuro di aver ascoltato bene le sue considerazioni – gli nega la cortesia Guiglia –. Vedrà che le riporterò con correttezza». Cala il gelo. E, ancora una volta, Guiglia ringrazia il grande Montanelli, «per il grande patrimonio che seppe infondere nei suoi giornalisti, insegnando loro a dire di no, nel loro piccolo, ma dignitoso mestiere, perfino a Silvio Berlusconi. E in quelle circostanze».

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  • Giovanna

    06 Gennaio @ 17.10

    Molto interessante questa pubblicazione. Sono contento di averla letta. Non credevo che fosse così interessante, per quanto non sia altamente drammatico. E' molto cinvolgente però. Ci si lascia attrarre dalla separazione dei genitori, la fuga dall 'Uruguay, iil coronamento di quello che questo giornalista cercava.

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