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La storia in una storia

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Coetaneo di Giampaolo Pansa, chi scrive sa bene cosa è stata la seconda grande guerra, come si vissero gli anni immediatamente seguiti alla fine del conflitto e quale Italia è stata quella della ricostruzione e del benessere economico. Ma non avrebbe mai immaginato che Pansa potesse raccontare in un libro come questo «Il revisionista» edito da Rizzoli, la storia che ci riguarda tanto da vicino della quale fummo prima inconsapevoli protagonisti e poi attori nella scuola, nelle professioni e anche nel giornalismo. «Il revisionista» è un libro di straordinaria suggestione, tramato senza finzioni e allusioni, pulito e orgoglioso di sé, pieno di fatti e di personaggi grandi e piccoli, piccoli che diventano grandi e grandi che s'assottigliano smagriti dalla forza interpretativa e severamente profilante dell'autore. Eppure, chi scrive pensa anche che questo libro dovevamo prima  o poi aspettarcelo, perché da tempo Pansa girava attorno ai nostri anni come lo scienziato che intravede una scoperta ma non sa ancora come affrontarla. «Il sangue dei vinti», «La Grande Bugia», «I Gendarmi della Memoria» e specialmente l'ancora recente «I tre inverni della paura» ci preparavano a questo incontro che trae origine dalla più semplice e diretta gestione della memoria infilandosi poi lungo il cammino del Novecento con gioia e patimento e con una serie di ricordi, immagini, dialoghi, intenzioni, suggestioni e riflessioni che riaprono non solo il discorso sempre complesso sull'autobiografia dell'autore famoso, ma soprattutto sull'interpretazione generale di un mondo come quello giornalistico e politico che trascina secco una prevedibile e complicata serie di problemi da revisionare continuamente. Pansa non teme, tuttavia, d'apparire revisionista. E, del resto, ogni racconto storico cerca la propria via d'espressione e di fatto revisiona il già detto e il già scritto. Revisionista era la nonna di Pansa, Caterina.  Revisionista lo è stato Montanelli, che sapeva rileggere vicende e protagonisti aldilà dell'intangibilità peraltro antistorica delle situazioni. Revisionista lo fu Italo Pietra che cercava di sapere il nome di colui che aveva bruciato la sua casa sul monte Penice nell'agosto del '44, rivolgendosi ai suoi giornalisti del «Giorno». Revisionista lo era e lo è Giorgio Bocca a suo modo, uno dei «maestri indiretti» di Pansa, come Alberto Cavallari. Lo era Giulio De Benedetti. Lo era «l'uomo-pesca» Alessandro Galante Garrone, un gentiluomo «tenero di fuori e duro dentro». E lo sono, pur tra mille sfumature, tutti coloro, come Pansa, che cercando di capire i perché della storia scelgono più i dubbi che le certezze acquisite. Tutto questo libro pullula di ricerche e di domande. Le vicende e i personaggi del giornalismo e della politica lo dominano e spesso mettono in secondo piano le avventure dell'autore stesso, che si fa da parte perché meglio si evidenzino i costumi della società italiana novecentesca di prima, durante e dopo la guerra del '40. Infinite curiosità ha seminato perciò Pansa nelle proprie pagine; se le prime cento offrono il palpitare di una certa gioventù non compromessa ancora con gli errori e le speranze della maturità, il centro dell'opera, specialmente i capitoli terzo, quarto e quinto, descrivono il radicamento profondo della Sinistra comunista in Italia, mentre le ultime duecento pagine restano riservate alle ondate di sdegno o di approvazione suscitate dai volumi precedenti questo. Anche Pansa eccelle nei profili e nei ritratti dei personaggi con i quali, pur ammirandoli, confligge e intimamente discute. Memorabile il capitolo su Berlinguer segretario del Pci. Dolentemente affettuoso quello su Casalegno, e ugualmente commosso ma mai celebrativo quello su Claudio Rinaldi che non voleva diventare né cortigiano né amichetto di qualcuno sulle pagine de «L'Espresso».
Intanto, Pansa è diventato negli ultimi anni il «Maledetto Pansa!». Dunque, non solo «revisionista», ma stanco e inutile «raccontatore di storie risapute», che infliggono, però, duri colpi alla compattezza un po' cieca dei «resistenti» ad ogni costo e per sempre. In buona sostanza, «Il revisionista» conduce il lettore dall'atmosfera autobiografica iniziale ad una intensa e capillare autodifesa finale che ripercorre, dati alla mano, le fortune e le sfortune di tutte le opere di Pansa da «Il sangue dei vinti» in poi, e che soprattutto evidenzia i comportamenti dei giornalisti, dei critici, degli storici, dei critici cinematografici e letterari e dei politici davanti alle storie che lo scrittore di Casale Monferrato ha narrato. Scalfari e Arrigo Levi, Montanelli e Ronchey, Ottone e Bocca, Mauro e Rocca, contrappuntano le riflessioni di Pansa e danno un senso vivacemente reattivo al «revisionismo» da lui gettato a piene mani dentro gli ingranaggi così ben oliati dalle versioni ufficiali.
Segno che - scrive Pansa - «la storia è una brutta bestia. Sembra che accetti di lasciarsi usare da chiunque. A cominciare dai politici, attenti curatori dei loro interessi di bottega. Poi, di colpo, sfugge ai guinzagli e va dove decide lei». Questa storia è revisionista? E' riformista? E' postmoderna? Non lo sappiamo ancora. Ma sicuramente è la storia: quella che Pansa ha ricapitolato con orgogliosa onestà e con un gran merito: non è mai noioso.

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