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Arte-Cultura

Teatro universitario e protesta studentesca

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Margherita Becchetti

Il nostro problema non è il tipo di spettacolo da fare ma individuare il pubblico al quale rivolgersi». Così il 22 marzo 1969, all’ingresso della palestra dell’ex Enal di viale Basetti (oggi Teatro Due) uno striscione inaugurava la 17ª edizione del Festival internazionale del teatro universitario di Parma. Un festival diverso, nuovo rispetto al passato, che per la prima volta usciva dal Teatro Regio ed entrava nelle palestre delle scuole, nei Cral aziendali, nelle aule universitarie, negli spazi aperti dei quartieri periferici e addirittura alla Salamini, la fabbrica occupata dagli operai. In quella primavera post-'68, infatti, la polemica contro il Regio e contro gli altri teatri tradizionali aveva ormai coinvolto ampi settori del mondo teatrale, spingendo autori, artisti e registi a cercare spazi alternativi dove poter incontrare un pubblico diverso da quello che, abitualmente, animava le sale.

Un pubblico che da molti - soprattutto da quei gruppi che tendevano ad identificare l’attività artistica con la militanza politica - era individuato nei nuovi protagonisti della mobilitazione sociale, studenti e operai. Decentramento e ricerca di nuovi spazi, dunque, divennero parola d’ordine anche per il Festival universitario di Parma che vantava una lunga tradizione e lontane radici, indietro nel tempo di oltre cinquant'anni quando, nell’Europa che usciva dalla seconda guerra mondiale e che entrava in un altro più gelido conflitto, fiorì una rete di rassegne studentesche che superava la stessa politica dei blocchi. Da Erlangen in Germania a Wroclaw in Polonia, da Bristol a Zagabria, da Parma a Istanbul, da Coimbra a Nancy - per non nominare che i centri più importanti - giovani studenti presero ad organizzare fitti calendari di spettacoli, incontri, conferenze, dibattiti - festival insomma - cui partecipavano compagnie da buona parte dei Paesi europei. In Italia, l’unica sede di questa rete fu Parma che, per oltre vent'anni, rimase il principale punto di riferimento del teatro universitario italiano.

Nel corso degli anni Sessanta il festival si aprì all’avanguardia e allo sperimentalismo, organizzando convegni con relatori di respiro decisamente cosmopolita e ben oltre l’ambito del teatro universitario - come Jacques Derida, Jean Duvignaud, Edoardo Sanguineti, Bernard Dort, Michael Kustow o Roger Planchon - e, soprattutto, ospitando esperienze teatrali di grande impatto artistico, culturale e politico come Charles Marowitz, il Living Theatre o Jean Jaques Lebel. Era stato proprio lui, durante il festival del 1968, a mostrare anche a Parma come il vento della rivolta stava modificando il teatro, il suo rapporto con il pubblico, con la drammaturgia e con le categorie di spazio e di tempo. L’happening con cui inaugurò quell'edizione, infatti, durò diverse ore e si concluse verso le due dopo mezzanotte fuori dal Regio, con un gruppo di spettatori incappucciati e legati ad una corda che giravano per le vie del centro. I limiti convenzionali del teatro tradizionale erano spazialmente e temporalmente stravolti. Se non si trattava di una novità - dato che esperienze artistiche di questo tipo avevano attraversato l’oceano e suggestionato anche l’avanguardia teatrale europea già nei primi anni Sessanta - ciò che accadeva di nuovo in questi anni intorno al Sessantotto era l’incontro tra l’arte d’avanguardia e il vento della rivolta. La storia aveva mutato di segno. Il Sessantotto, le proteste studentesche, il nuovo protagonismo giovanile, segnarono la crisi degli ambienti universitari tradizionali, e, con essi, anche dei festival teatrali, coinvolti e travolti da radicali processi di politicizzazione.

Nuovi interessi e nuovi entusiasmi animavano i giovani studenti, nuove passioni ne consumavano le energie, gli sforzi intellettuali, i bisogni culturali, nuovi obiettivi ne assorbivano i desideri. Il Festival del teatro universitario di Parma sospese le sue edizioni nel 1970, ma già l’anno precedente aveva mostrato con forza quanto il teatro fosse ormai oltre se stesso.

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