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Pollock nuovo orizzonte

Firenze, a Palazzo Vecchio i capolavori del maestro americano "interagisco" con la lezione di Buonarroti

Pollock nuovo orizzonte
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Il raffronto fra i due artisti è insolito e potrebbe apparire sconcertante. L’uno, Michelangelo Buonarroti (1475-1564), è fra i grandi dell’arte universale, espressione eccelsa della scultura del Rinascimento; l’altro, Jackson Pollock (1912 -1956), è di contro colui che ha scardinato le regole dell’arte figurativa occidentale dissolvendo i canoni della prospettiva rinascimentale. Il confronto prende vita a Palazzo Vecchio a Firenze, dove, nel Salone dei Cinquecento, è conservato il Genio della Vittoria, una delle opere più celebri del Buonarroti, emblema di quelle tensioni contrapposte che caratterizzano l’ opera michelangiolesca e che, per vie sotterranee, tornano a proporsi con assoluta enfasi nelle rivoluzionarie pitture di Pollock. Approda, così, per la prima volta nella «città delle arti» lo statunitense, uno dei protagonisti delle innovazioni artistiche del XX secolo e lo fa con opere mai viste in Italia, quali sei cruciali disegni, eccezionalmente prestati dal Metropolitan Museum di New-York, presenti accanto ad alcuni dipinti e incisioni concessi da musei internazionali e collezioni private.La mostra, aperta da oggi a Palazzo Vecchio e nel Complesso di San Firenze, visibile fino al 27 luglio, è promossa dal Comune di Firenze con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e la collaborazione dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, ideata e curata da Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini. Main sponsor è il Gruppo Cariparma- Crédit Agricole che prosegue nel proprio sostegno all’arte sostenendo un progetto ardito nella città culla della tradizione artistica italiana. Il catalogo è edito da Giunti Arte Mostre e Musei.
Emblematico il titolo della proposta «La figura della furia» riferimento allo stesso Pollock, nell’atto di dipingere le tele girandogli intorno, pervaso da impeto passionale e da un furore dinamico. Al tempo stesso quel titolo allude all’espressione “La furia della figura” citata nel ‘500 dal teorico e pittore Giovanni Paolo Lomazzo (1584) quando volle descrivere quel movimento spiraliforme, quella dinamica bellezza, fatta di parti non-finite e di forze contrapposte che Michelangelo conferiva alle sue figure, con una lavorazione fisicamente travolgente e di cui il Genio della Vittoria è uno dei maggiori paradigmi. E’ proprio la “furia” intima e creatrice di Michelangelo che si traspone in Pollock nell’atto di comporre quel tessuto di segni che assegna una nuova immagine all’ intima potenza del suo agire pittorico.Il percorso espositivo prende avvio da opere ancora giovanili, degli anni Trenta, per giungere al celebre Earth Worms (1946, Museum of Art di Tel Aviv) dove lo stile più personale va ormai definendo l’espressionismo astratto di Pollok.L’idea dell’ esposizione è nata studiando una serie di disegni dell’artista conservati al Metropolitan Museum di New York, già pubblicati nel 1997 da Katharine Baetjer in occasione di una mostra temporanea dedicata ad alcuni quaderni da lavoro di Pollock e alla sua relazione con gli ‘ antichi maestri’. In questi preziosi taccuini da disegno – Sketchbooks I, II – Pollock risulta fortemente impressionato dalle immagini della volta della Cappella Sistina e del Giudizio universale. Si riconoscono, infatti, almeno tre ignudi, oltre al profeta Giona, all’Adamo che riceve lo spirito della vita. Il pittore aveva avuto occasione di conoscere i capolavori del Rinascimento italiano durante il suo apprendistato presso Thomas Hart Benton, uno dei protagonisti della pittura americana della prima metà del ‘900. Benton, ammiratore dei grandi artisti europei da Michelangelo a Rubens sottoponeva le loro opere allo studio degli allievi affinché apprendessero la resa delle forme del corpo umano. Pollock andò però oltre l’esercizio della copia accademica. I disegni in mostra vogliono manifestare il coinvolgimento da lui riposto nello studio delle anatomie e delle muscolature, così da esprimere sentimenti di dolcezza e di grazia, ma anche di tensione e potenza, misurandosi in questo senso con la rappresentazione dinamica ed espressiva delle forme. E’ è proprio in queste forme che si possono cogliere le basi delle composizioni astratte di Pollock, alla ricerca di un linguaggio che lo porterà oltre la tradizione figurativa europea. Nel rapporto tra i due emerge da un lato c’è l’anelito alla creazione, l’impulso irrefrenabile dell’atto del comporre che assume una valenza mistica in Michelangelo, per il quale la perfezione desiderata, vagheggiata, resta comunque meta irraggiungibile. Dall’altro lato Pollock, facendo il percorso contrario, ha cercato di raggiungere il suo assoluto, la sua aspirata idea di armoniosa totalità, lasciando al proprio inconscio il compito esagerato di generare qualcosa di perfetto e d’infinito. Sarà la comprensione della grande personalità artistica di Michelangelo e della sublime tragica dimensione della sua opera, che gli permetterà di oltrepassare l’uso del quadro verticale posto sul cavalletto, di stenderla sul pavimento ed agire creando l’azione del dripping, dello sgocciolare il colore sulla superficie direttamente dai tubetti o dai contenitori. Una chiave di lettura che trova riscontri nel cammino dell’artista. La mostra si compone di una seconda sezione nel complesso di San Firenze dove spazi interattivi e apparati multimediali permettono di entrare nella vita e nell’arte di Pollok, di sentire gli «odori» della pittura, i rumori dell’«azione» pittorica, attraverso una diretta sollecitazione sensoriale che induce a percepire il senso di apertura illimitata delle sue azioni pittoriche. 

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  • Massimo

    19 Aprile @ 17.07

    Ciò che caratterizza il genio è la presenza di processi ricorsivi nelle opere, anche in modo inconsapevole. Come il moltiplicarsi all'infinito dell'immagine di un oggetto posto tra due specchi piani paralleli. Pollock aveva elementi ricorsivi nelle sue opere, che hanno permesso di riconoscere i falsi che ne sono assenti. Ciò dovuto alla presenza in piccola scala di frattali nei suoi disegni che sono ricorsivi per definizione e per natura. In Michelangelo è presente direttamente il gioco di specchi.. Nella Cappella Sistina, nella Creazione dell'uomo, le mani del Padre toccano il futuro Figlio dell'uomo, e sono protese verso Adamo, in modo similare. Simili nella Caduta dell'uomo sono l'angelo e il serpente tentatore. L'angelo e il serpente sono speculari. Sembrano dei gemelli. Simili sono Aman crocifisso nella Volta della Cappella Sistina e il Gesù del Giudizio Universale sulla parete d'altare. Gesù morì sulla croce interpretando anche la parte di Aman in un carnevale ebraico? In tal senso il "non finito" di Michelangelo è associabile alla "non forma" di Pollock, perché entrambi frutto, o portatori di processi ricorsivi-speculari. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

    Rispondi

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