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Il giardino d'acqua di Monet

Il giardino d'acqua di Monet
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Gianni Cavazzini

Nel 1890 Claude Monet acquista la casa e il giardino di Giverny,  lungo la Senna, a nord di Parigi. Ha cinquant'anni ed è l'esponente più rappresentativo dell'Impressionismo, il padre del  movimento a cui aveva dato anche il nome, chiamando «impressioni» i suoi primi quadri, e che aveva cambiato la storia  dell'arte in Francia e in Europa.
 Nella casa di Giverny il pittore vivrà il resto della sua lunga  vita, cercando senza sosta di realizzare quella che considera  l'opera d'arte in assoluto più importante: il suo giardino.
Accanto  al giardino francese costruirà un giardino acquatico e, in uno  stagno, circondato da cotogni, felci, salici, glicini, rododendri e  azalee, metterà a dimora le più diverse specie di ninfee: che poi  dipingerà per fare la gloria della pittura moderna.
Da questi pochi cenni emergerà, io credo, la straordinaria  bellezza della mostra che si è aperta a Milano negli spazi di  Palazzo Reale: «Monet. Il tempo delle ninfee», a cura di Claudia  Beltramo Ceppi, aperta sino al 27 settembre, catalogo edito da  Giunti. E' da aggiungere, per completare la notizia, che nel l'occasione sono esposte, accanto ai quadri di Monet, sessanta  stampe giapponesi di Hiroshige e Hokusai, arrivate dal museo  Guimet di Parigi insieme a una preziosa raccolta di fotografie  ottocentesche di celebri giardini nel paese del Sol Levante.
E' da dire, però, che il cuore del percorso espositivo è costituito  da 20 capolavori di Monet, mai usciti in questa qualità e quantità  dal museo Marmottan: venti grandi tele che Monet ha dipinto tra  il  1887 e il 1926 e che ci restituisce il magico viaggio creativo  compiuto dal grande artista francese. Realizzate nei primi decenni del secolo «nuovo», mentre si affermano le avanguardie, le  «ninfee» sono l'atto potente di un genio artistico che va oltre il  proprio tempo e che dalla lontana invenzione della pittura «en  plein air» oltrepassa  tutta la cultura successiva.
Le ninfee sono il  punto d'arrivo di una utopia progettata e realizzata da Monet  nell'ultima stagione della vita, di un'idea totalizzante di rifondazione della pittura che, partendo dai colori vivi e dai paesaggi  senza orizzonte delle stampe giapponesi, si pone come uno dei  grandi contributi all'arte del ventesimo secolo.
Saranno infatti i  grandi dell'Espressionismo astratto, da Pollock in poi, a darci  l'idea definitiva della grandezza di Monet «nel tempo delle ninfee».
Bisogna dunque tornare - per spiegare meglio - a quel mitico  giardino di Giverny dove Monet visse i suoi ultimi quarant'anni. 
A quell'impegno duro, quotidiano, per trasferire dalla natura alla  sua arte i salici piangenti, i ponti giapponesi, i fiori di ciliegio. 
Entro i termini del periodo prima citato Monet dipinge 250 opere  e tra esse i grandi pannelli decorativi. Una specie di «Cappella  Sistina» del naturalismo.
Un'unica concezione e una sola finalità  tengono uniti i capitoli di questo grandioso ciclo che Monet  chiama «decorazione», ma che è, in realtà il più misterioso atto  di poesia compiuto in quel tempo straordinario per la pittura  moderna.
 Ecco che il pittore procede con gradualità alla scoperta di quel  mondo. Nelle prime opere del ciclo si avverte ancora uno spazio  prospettico abbastanza naturale, con lo stagno che si prolunga  verso il fondo, il ponte giapponese che lo attraversa e la grande  parete arborea chiamata a chiudere l'orizzonte.
Tutto abbracciato da una luminosità verde: i rami, gli steli, le ringhiere in  legno del ponte e il loro riflesso nelle acque sulle quali galleggiano, come zattere naturali, le isole delle ninfee: bianche  oppure rosse, secondo la varietà della specie.
E procede, Monet, nella sua ricerca inesausta, con la serie dei  «paesaggi d'acqua», in cui ogni orizzonte è scomparso, scomparse le rive, gli alberi, la terra, il ponte. Nei capolavori venuti dal  museo Marmottan si registra la nascita  di quell'«immagine nuova» che stupirà i grandi della seconda metà del '900.
E a questo  punto funziona il confronto con le stampe di Hiroshige e di  Hokusai che lo stesso  Monet aveva collezionato negli anni giovani. La serialità dei disegni nipponici si riflette nel grandioso  ciclo floreale tracciato e colorato, nel corso di tanti anni da  Claude Monet, teso a raccogliere, con la sua malinconica felicità,  «il passo del tempo».

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