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E Parma contestò il Giro d'Italia

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di William Gambetta
Alle 10 del mattino i corridori del 52° Giro d’Italia erano pronti per la partenza. Adorni, Merckx, Gimondi e i più importanti ciclisti d’Europa si preparavano ad affrontare la sedicesima tappa della corsa lungo la penisola.
Era il primo giugno 1969. Una mattina di sole salutava le strade del centro di Parma che si animavano, tra il Duomo e piazza Garibaldi, di tifosi e curiosi.
Già nella notte, però, la questura era in allarme per una possibile protesta da parte degli ottocento operai della Salamini, disoccupati dopo il fallimento dell’azienda ai primi di febbraio.
E infatti, lungo il primo tratto del percorso, dietro le transenne e i poliziotti schierati, iniziarono a partire fischi e slogan scanditi dai manifestanti. "Meno corse e più lavoro". Distribuito ai passanti, un volantino spiegava le ragioni di quella eclatante contestazione: il "giro" - secondo il comitato di lotta dei lavoratori - era degenerato in una "macchina di interessi e di propaganda per alcune grandi ditte".  I funzionari della questura, prevedendo gesti eclatanti, raccomandarono l’organizzazione di tenere alla partenza i ciclisti raccolti in un unico gruppo per poter meglio "proteggerli".
 Ed infatti, in un’atmosfera sempre più tesa, appena dato il segnale del "via", giovani operai, studenti del movimento universitario e militanti dell’estrema sinistra premettero sulle transenne, nel tentativo di "bloccare" la corsa.
Le cariche degli agenti respinsero più volte e duramente le ondate dei manifestanti, rincorrendo e manganellando coloro che erano riusciti a superare i cordoni, mentre i ciclisti, zigzagando, proseguivano verso strade più sicure. Una protesta sensazionale che, nei giorni successivi, attirò l’attenzione della stampa di tutto il paese sulla vicenda sindacale dell’azienda di San Lazzaro.
Non era il primo gesto clamoroso di quegli operai. Da numerosi mesi, viste le difficoltà della ditta, erano mobilitati e, alla notizia del fallimento, organizzati in un comitato di lotta, occuparono lo stabilimento. Dai capannoni lungo la via Emilia, dove fino a pochi giorni prima avevano prodotto elettrodomestici, e dalla palazzina degli uffici, dove avevano trattato orari e ritmi della produzione, ora coordinavano la vertenza per chiedere l’intervento economico del governo nazionale.
Il silenzio anche alle proposte più contenute (come il piano di produzione per le commesse ancora pendenti) spinse alla guida della lotta gli operai più giovani e politicamente più radicali, meno legati alle dinamiche della consueta mediazione sindacale e più in sintonia, invece, con l’estremismo degli studenti del Sessantotto.
I blocchi stradali e ferroviari, le assemblee con rappresentanti politici ed istituzionali interne allo stabilimento occupato, la raccolta di fondi in solidarietà alla lotta, le contestazioni di uomini del governo (come quella del presidente del Consiglio Mariano Rumor alla fiera di Bologna), le occupazioni temporanee del Municipio e della Camera di commercio furono solo alcuni dei gesti che anticiparono la giornata di giugno.
 Del resto, dopo il 1968, non era raro che i movimenti di protesta cogliessero occasioni di richiamo per far sentire la propria voce. Fu così per le "prime" nelle stagioni liriche di Milano e Parma o per l’inaugurazione della Biennale d’arte di Venezia o per le serate di gala del capodanno in Versilia, o ancora per il concorso di Miss Italia a Salsomaggiore.
L'occupazione della fabbrica durò sei mesi. Una battaglia che, pur avendo il sostegno degli enti locali e della cittadinanza, logorò lentamente la capacità d’impatto e il morale di quei lavoratori.
Un periodo nel quale, alla spicciolata, per concrete esigenze familiari, ognuno cercava singolarmente un altro impiego. Il 23 agosto, alle 6 del mattino, l’epilogo: poliziotti e carabinieri sgomberarono lo stabilimento.
 

 

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