poesia

Mussapi oceano di emozioni

Opera omnia del poeta che fin dagli esordi ha fuso il genere lirico con quello epico

Roberto Mussapi

Roberto Mussapi

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L’uscita, per Ponte alle Grazie, del volume che racchiude l’intero corpus poetico di Roberto Mussapi («Le poesie», con due mirabili saggi introduttivi di Wole Soyinka e Yves Bonnefoy, e un’ampia postfazione di Francesco Napoli, cui si deve altresì l’eccellente curatela del lavoro), ci fa comprendere, definitivamente, come questo poeta - uno dei rari, grandi poeti dei nostri anni: e basterebbero due raccolte, «Gita meridiana» e «La polvere e il fuoco», a dimostrarlo –, abbia finito per disegnarsi, in modo consapevole, certo, ma non per questo meno naturale, come «custode delle voci». Da bambino, le parole dei libri che captavano il suo sguardo erano già voce, suono: il suono di «Moby Dick», de «L’isola del tesoro», di «Capitani coraggiosi» e, non diversamente dal suono di quel mare di cui erano impregnate - – musica di un orizzonte abissale che, a chi sappia affrontarne l’ascolto, reca in sé l’eterna promessa di un centro -, questo suono aveva comunque qualcosa a che vedere con la «rivelazione». Potrà mai darsi poesia che non abbia a che vedere con il mettersi in cammino verso la rivelazione? Così, già dalle prime prove (da «I dodici mesi» e «Il sonno di Genova», poi rifuse ne «La gravità del cielo», a «Luce frontale», 1987, che inaugura l’epoca più matura della poesia mussapiana), in questi versi passano, e tornano, le voci. Non solo perché, come nelle pagine di due venerati maestri quali Luzi e Bigongiari, o di Sereni, o del quasi coetaneo De Angelis, il virgolettato schiude la dizione a sillabare e far proprio il vivo «flatus» di chi comunque, anche se perduto, ci sta accanto. Ma soprattutto perché a farsi incontro sono, sempre, le voci ricorrenti di questa poesia: i temi forti che negli ultimi trent’anni hanno scandito le stazioni di un’avventura emozionante, capace come poche di orientare (si dica pure, senza temere che possa suonare eccessivo: di volgere, secondo etimo, a oriente, di volgere all’origine) il nostro sentimento del tempo – che sarà anche, certo non solo, il sentimento del nostro tempo ferito e irrecusabile. E’ in tal modo che Mussapi sa farsi custode delle voci: le raccoglie dal buio al fondo del quale sono germinate, e le incide, le incista nella propria; fare poesia (ma anche prosa, benché i testi in prosa e i versi per il teatro qui non compaiano, perché forse oggetto di un’altra, auspicabile raccolta) è sempre coinciso, per lui, con questo raccogliere, con questo accogliere le voci, e custodirle: riportandole alla luce senza spegnerne, ma anzi rispettandone – quando vi sia, e vi è quasi sempre – la memoria dell’ombra dolorosa che le imprime e, ad una ad una, le declina. Morire in loro per risorgere con loro, per trasformare il carico del loro buio doloroso in canto, senza lasciare che infossiliscano in quel buio, è gesto che replica, facendolo proprio, assumendolo su di sé e nella propria voce, il loro sacrificio – e ne rinnova, perpetuandola, la forza esemplare e luminosa. Riuscite assolute come «Il cimitero dei partigiani» o «Il racconto che udì Luca» son testi decisivi in tal senso. Una tanto intensa e irriducibile fedeltà alle voci, si capisce, è anche fedeltà al tempo e alla memoria: per mantenere in vita ciò che è passato, affinché, piantandosi e crescendo nel presente, possa essere affidato allo spazio del futuro. Non è per altra ragione che questa poesia riesce, alla fine, così intrisa di movimento senza requie, perché il tempo è la forma prima del movimento, il tempo è movimento senza requie (siamo nati per correre, nel corso del tempo e nell’opera del mon do); e d’altra parte, se il movimento attraversa concretamente luoghi su luoghi, in realtà investiga e mette alla prova il tempo: i luoghi e il movimento rivelano l’opera del tempo, per quanto poi - oltre le quinte e la cortina del tempo, oltre le nostre città, le nostre strade e i nostri appartamenti, oltre le nostre auto che scorrono nella pioggia e nella notte o nel buio/luce delle gallerie, oltre l’elettricità contemporanea da cui l’asciutta, epica solennità di questi versi è continuamente percorsa e scossa con una libertà di ritmo che è solo nuda obbedienza al ritmo dei polsi e dei cuori -, per quanto poi ci si proietti, in verticale, verso una realtà ultima, verso la realtà ultima che sta, che è, e non è soggetta al tempo. Lo abbiamo detto: le voci hanno sempre a che vedere con qualcosa che si svela e si rivela. Come emerge con tutta evidenza anche quando la dilatazione poematica si impone (in «Antartide», ad esempio; o nella reinvenzione in versi del «Racconto di Natale» di Charles Dickens), bisogna attraversare il buio, inabissarsi al fondo del buio e del tempo, per attingere la luce che sta oltre il buio e oltre il tempo (ma non può non nutrirsi di buio e di tempo): luce del sacro, luce del «mito», luce dell’origine in cui ci si potrà abbracciare e riconoscere. Così, solo in apparenza la rivelazione sarà rivelazione di un istante, perché in realtà ci viene incontro come il frutto luminoso di un’impresa, di una lunga, amorosa, irriducibile fedeltà alle voci, al loro «drammatico» rispondersi e intrecciarsi (questa poesia è già «teatro»), al loro farsi «racconto» (l’incanto di questa poesia fermenta nel legno buono del «racconto»), alla trama del tempo che le sgrana e sgranandole le plasma e plasmandole le innerva: fedeltà che infine, o meglio: in primo luogo, è anche, con creaturale pietas cristiana o virgiliana, commossa e commovente fedeltà a quello stesso buio doloroso da cui esse ci chiamano – per essere accolte, per essere raccolte nel riscatto della luce. Mussapi le ha raccolte. Così, in questo libro e non solo in questo libro, restano le voci.
Le poesie - Ponte alle Grazie, pagg. 519, 29

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