Arte-Cultura

Catene non ancora spezzate

Catene non ancora spezzate
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di Christian Stocchi
Natasha ha una chioma dorata e un viso di porcellana. Potrebbe essere una fatina. Una fatina delle favole, con lo sguardo dolce e il potere di rendere i sogni realtà. E invece i sogni - quelli belli, dove tutti vivono felici - non le appartengono, perché la sua vita è stata un lungo, infinito incubo. E il suo visino di porcellana porta cicatrici indelebili. La mamma faceva la prostituta e l’ha abbandonata. E anche lei alla fine ha fatto la prostituta. Dalla Moldavia alla Turchia fino al Dubai, attraversando il deserto della solitudine, perdendosi nel labirinto del carcere, annegando nel mare della droga. Dopo un’infanzia che ha preso i nomi di orfanotrofio, adozione, violenza, vergogna, strada. Un destino segnato. Una bambina destinata a essere schiava. Molto prima di conoscere i suoi sfruttatori. Perché, contro le apparenze, Natasha non ha scelto di fare la prostituta. Non ha potuto scegliere nulla nella sua vita. E se vi resta qualche dubbio, confrontate la vicenda di Natasha con le altre storie raccolte da E. Benjamin Skinner in «Schiavi contemporanei. Un viaggio nella barbarie» (Einaudi, 20 euro). Un libro-inchiesta che nasce sul campo. Documentato e spietato. Perché Skinner non cede all’emotività e spiega lucidamente le nuove vie della tratta degli schiavi, agli albori del terzo millennio. 
Chiedetevi, chiediamoci innanzitutto: chi può essere considerato schiavo nella nostra società, proiettata verso le magnifiche sorti e progressive annunciate dalla scienza, impegnata a costruire un futuro che spesso assomiglia a un passato da dimenticare? Certo, non esistono più le navi dei negrieri e non vediamo più uomini aggiogati come bestie, non solo metaforicamente, all’aratro dell’umiliazione.
 Sarebbe anche politicamente scorretto (nessuno lo fa più, nemmeno i governi peggiori: gli affari non vanno compromessi) chiamare lo schiavo «schiavo» o magari «instrumentum vocale», cioè una cosa che parla, come facevano i Romani. Ma la schiavitù esiste, eccome. Nonostante dodici convenzioni e oltre trecento trattati internazionali. Non servono le catene per rendere un uomo schiavo. Rispondete: una bambina di quattordici anni costretta a fare da serva e da concubina non è una schiava? E quei sordomuti messicani che erano costretti, nella civilissima New York degli anni Novanta, a vendere paccottiglia nella metropolitana e a ingurgitare la loro razione quotidiana di torture? Evidentemente sì, sono schiavi, come spiega bene Richard Holbrooke nell’introduzione. La schiavitù si adegua alla modernità. Si presenta sotto tante forme. A volte è sfuggente, nascosta. Come un serpente infido, che prima o poi finisce per colpirti.
E’ noto: le vittime sono soprattutto bambini e donne. Fece molto scalpore la storia di Piccola Speranza (il nome è di fantasia): cominciò a lavorare a servizio all’età di quattro anni, insieme alla madre, che poi morì di Aids. La bimba, che era di Haiti, fu, quindi, portata negli Stati Uniti, dove continuò la sua vita da schiava, tra fatica, stupri e umiliazioni incessanti. Ma anche un bambino a volte sa ribellarsi: e così Piccola Speranza riuscì a spezzare le sue catene con ingenua, disarmante tenacia. Schiavitù - si sa - significa soprattutto prostituzione. Non meraviglia, allora, trovare il nostro Skinner a Bucarest, mentre prova a comprare una donna in cambio di un’auto usata. Lo sfruttatore accetta entusiasta: affare fatto. Più spesso le storie assomigliano a quella di Natasha. O a quelle di Tatiana, di Katya e di tante altre donne dell’Est. Katya sposa l’uomo sbagliato, ha una figlia, è abbandonata, cerca un impiego, parte per lavorare in un ristorante olandese. Finisce per fare la prostituta. Sfruttata e ricattata negli affetti più cari. Ci sono luoghi dove la vita e la libertà valgono qualche spicciolo. E ci sono luoghi dove la schiavitù si perpetua di padre in figlio.
Prendete la storia di Gonoo Lal Kol: siamo nell’Uttar Pradesh, una regione dell’India, dove la schiavitù è formalmente bandita, ma di fatto è molto diffusa. Gonoo eredita un piccolo debito di famiglia che lo costringe a vivere da schiavo. Lui non sa leggere e non sa far di conto: non riuscirà mai ad affrancarsi. E così ogni santo giorno, per quattordici lunghissime ore, lavora in una cava, spacca pietre e trasporta macigni sui camion. In cambio? Sopravvive: i vestiti laceri, il cibo appena sufficiente per non soccombere. Le mani di Gonoo sono logore, il pollice sinistro spezzato. Con lui lavorano donne e bambini: qualcuno muore, ogni tanto. Ma non importa a nessuno. E nessuno immagina un destino diverso.  John Miller è un distinto signore americano sulla settantina, che qualche anno fa si trovò a capo dell’«Ufficio per il Monitoraggio e la Lotta al Traffico di Esseri Umani». Assunse l’incarico per ambizione. Ma quando conobbe il primo schiavo, l’ambizione si trasformò in fede. E sull'altare di quella causa ha sacrificato famiglia, salute, passioni. Scontrandosi anche con Condoleezza Rice e la ragion di stato, perché non c'è niente di più difficile che condannare i Paesi amici, come l’India o l’Arabia Saudita. Miller, che è stato nominato nel frattempo ambasciatore e alla fine del 2006 ha lasciato l’incarico, non demorde: ha trovato il senso della sua vita.
La sfida più importante è impedire che le vittime diventino superstiti senza futuro, appese inesorabilmente a una memoria che non dà pace. Come spesso purtroppo succede. Perché la schiavitù uccide l’anima. E’ una malattia che spesso dilaga come un uragano invisibile dietro l’angolo di casa nostra. Bisogna combatterla, certo, come esorta Skinner. Ma se leggi che a Port-au-Prince, non troppo lontano dai civilissimi Stati Uniti, puoi acquistare una bambina a cinquanta dollari e poi usarla come vuoi, allora pensi che Cioran aveva davvero ragione: «un sia pur rapido sguardo all’itinerario della civiltà mi fa sentire una Cassandra». Insomma, azzardate una previsione negativa, anche la peggiore. Un giorno l’uomo sarà capace di avverarla.

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