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Arte

Renato Vernizzi, pennellate di vita

Palazzo Sanvitale, nuovo prestigioso contributo culturale per la città. Apre il museo intitolato al pittore parmigiano: 230 opere donate alla Fondazione Monteparma

«Periferia» (1953-54). Renato Vernizzi

«Periferia» (1953-54). Renato Vernizzi

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Nasce il Museo Renato Vernizzi. Gli spazi sono adiacenti a quelli del Museo Bocchi, in una sorta di continuità tutta parmigiana che apre alla conoscenza di pittori di qualità che hanno trovato in altri luoghi motivi di approfondimento del loro percorso. Il taglio del nastro si terrà domani a Palazzo Sanvitale, dove il museo è collocato.
Renato Vernizzi (Parma 1904-Milano 1972) nasce nell’Oltretorrente. Nella bottega del padre Ettore, decoratore di soffitti e vetrate, entra in contatto con il mondo dei colori. Frequenta l’Istituto di Belle Arti, seguendo il corso tenuto da Paolo Baratta, titolare della cattedra di Figura. Inizi strettamente legati alla tradizione che l’artista consoliderà nel tempo anche se sarà il trasferimento a Milano a guidarlo verso nuovi riscontri artistici, seppur guardati ed assimilati con gli occhi di chi poco ha da spartire col mondo. Nel percorso museale allestito negli spazi ristrutturati di Palazzo Sanvitale, a lato del Museo Bocchi, si ritrova, infatti, un artista pieno di vita, creatività, colore, ma con gli occhi rivolti principalmente agli affetti famigliari, dopo i periodi pur felici del Chiarismo e degli agganci fauve che lasciano in lui una traccia cromatica ma non tematica.
Come afferma Elena Pontiggia, che ha curato col figlio di Vernizzi, Luca, la completa monografia, l’artista parmigiano si era prefissato nella sua pittura un obbiettivo ben diverso da quelli dei pittori dell’epoca: «Volevo qualcosa d’altro, di più vero, di più commosso», aveva dichiarato. La prima opera, con cui si apre il percorso espositivo, è «Autoritratto con cappello» del 1924, dove gli iniziali apprendimenti del pittore si evidenziano nella sobrietà dei colori, dai richiami novecentisti, che Vernizzi doveva aver appreso alla Biennale di Venezia dello stesso anno. Sono anche gli anni della prima formazione presso Icilio Bianchi, un pittore locale di cui parlerà sempre con ammirazione e da cui acquisirà l’immediatezza del motivo naturalistico. Sarà dopo il suo trasferimento a Milano che si avvicinerà al chiarismo, alla ricerca di una rinnovata intensità della luce e del colore. L’amicizia con Angelo Del Bon, Umberto Lilloni e Adriano Spilimbergo, con i quali partecipa ad importanti esposizioni, lo legherà al movimento di cui però non farà mai parte fino in fondo per quella sua ricerca di unicità pittorica, volta più all’intimo, che lo porterà nel tempo ad essere dimenticato fra i chiaristi. Sono gli anni a cui il percorso museale dedica due stanze fra opere iniziali, chiariste e dai riferimenti fauve, di grande intensità, che danno vita ad opere dove il colore pare integrarsi con il sentimento, quella intimità tanto cara a Vernizzi che lo spinge a guardare il mondo in maniera personale, «solitaria». Un aspetto questo ben visibile nella «stanza» dei ritratti - sono gli anni Cinquanta - tema caro all’artista che mai lo abbandonerà.
Sono presenti l’amata moglie Maria Teresa, il figlio Luca, la figlia Isabella che riproporrà in chiavi diverse di lettura ed in diversi contesti nell’arco di una vita, interpretando accanto ai loro volti e ai loro gesti, visioni di un paesaggio fatto d’ interiorità vissuta ma privo di romanticismi e rappresentatività. E’ l’idealità del sentimento che si erge forte e passionale, anche negli autoritratti, espressione di un’arte dalle radici antiche e nei ritratti degli amici, Toscanini e Ubaldo Bertoli, esposti in quella straordinaria galleria di volti fondati sulla rilettura della pittura classica europea.

Sono circa 230 le opere donate a Fondazione Monteparma, duecento dai figli Isabella e Luca, le altre da privati; una sessantina fra dipinti e disegni quelli in mostra lungo quel percorso che dal piano terra porta all’ammezzato del Palazzo dove accanto ai disegni, ad alcuni ritratti ed a paesaggi, è stato ricostruito lo studiolo milanese dell’artista con l’ultima opera incompiuta. In questo contesto prende vita la figura del pittore fra «cose» e memorie, come le copie delle lettere di uomini di cultura quali Cesare Zavattini, Leonardo Borgese, Dino Buzzati e Filippo Sacchi, direttore della rivista La lettura alla quale Vernizzi aveva collaborato con i suoi disegni.
Uno spazio magico dell’attività creativa, ricostruito con attenzione ai particolari, dove spicca un autoritratto realizzato nel 1965. E’ l’autoritratto allo specchio, in cui il pittore pare riflettere su se stesso e sulle proprie opere. Ma, ancor più degli oggetti, è quell’aura rarefatta dei paesaggi, il misurato confronto dei volti nei ritratti, la combinazione delle più rare nature morte a farne vivere lo spirito; quel piacere dell’intimo e degli affetti che Renato Vernizzi porterà sempre con sé, dentro e fuori la pittura, espressione di un animo che molto sentimento ha lasciato al mondo, abbandonandosi alla discrezione di una pennellata o di un colore, fatto di verità sottesa ad una sottile introspezione. «Questo museo è il completamento di una promessa fatta a mio padre» afferma oggi il figlio Luca: «A me ci penserai tu, mi diceva. Ma l’avrei fatto comunque» aggiunge. Le motivazioni appaiono scoperte: affetto, passione, certezza per la figura amata ma anche che l’arte vada tramandata ai posteri. Il grande catalogo curato da Elena Pontiggia e Luca Vernizzi, in tre volumi e già presentato, raccoglie ben tremila opere collocate in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.

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