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Una tragica odissea di guerra

Uscito indenne dalla caduta dell'aereo, Giovanni Romanini avrebbe percorso in cerca di aiuto 90 chilometri nel Sahara con mezzo litro d'acqua: crollò, stroncato dalla fatica, quando ormai era a un passo dalla salvezza

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Tutto iniziò nell’aprile 1941 nel deserto libico, con un dispaccio senza speranza: “Comunicasi che giorno 21 aprile at ore 17.25 apparecchio S.79 MM.23881 partito da Berka seguito ordine comando 5ª squadra aerea per attacco convoglio scortato segnalato quadratino 5881 procedente rotta 105 velocità otto miglia non è rientrato. Equipaggio costituito da capitano pilota complemento Cimolini Oscar, tenente vascello osservatore Franchi Franco, maresciallo pilota Barro Cesare, sergente maggiore marconista De Luca Amorino, primo aviere motorista Iozzelli Quintilio, primo aviere armiere Romanini Gianni”.
L’equipaggio di Cimolini era arrivato in Africa il giorno prima. La mattina seguente, quel 21 aprile ‘41, subito la prima missione di guerra nel mare di Creta per attaccare una nave inglese. Il trimotore Savoia Marchetti decolla. Ma lo “Sparviero“, come viene chiamato questo aereo, non torna. Viene dato per disperso due giorni dopo. Poi il silenzio. Quello del Sahara e quello intimo delle famiglie di quegli avieri “non rientrati”.
Il caso si riapre vent’anni dopo, il 21 luglio 1960. Mentre procede a rilievi geofisici nel deserto libico, una squadra della Compagnia Ricerche Idrocarburi rinviene resti umani a poca distanza dalla pista di Gialo-Giarabub. Gli indumenti color kaki, la loro stoffa e la foggia fanno intuire che si tratta di un militare. Accanto ai resti ci sono una bussola, un binocolo, due orologi, una borraccia, una pistola Very e una chiave che riporta la sigla S.79 MM.23881. E’ un aviatore dello Sparviero.
Solo un anno dopo, però, il 7 aprile 1961, il Console italiano a Tripoli, al momento della esumazione della salma per un’analisi più accurata, trova nella fodera del giubbetto la piastrina che la identifica: Romanini Giovanni, classe 1916, nato il 27 ottobre a San Polo di Torrile (Parma).
Ma come poteva esserci un solo aviere in mezzo alle dune? E gli altri? L’aereo dov’è?
A una squadra della Fondazione Lerici del Politecnico di Milano viene assegnato il compito di esplorare la zona. Il 5 ottobre ‘60, a 90 chilometri dal ritrovamento di quell’aviere che si scoprì essere il Romanini, spunta tra le dune la carcassa dell’aereo. La Lerici si avvale dell’avvistamento di alcuni piloti della Silver City, coloro che con mezzi precari curano audacemente i rifornimenti: pare che abbiano intravvisto un aereo immerso nella sabbia. E’ adagiato, luccicante al sole, levigato dal ghibli. I resti degli altri militari sono lì, non si riesce a stabilire a quanti corpi appartengano. Una sorte terribile. Vengono recuperati e consegnati al Consolato italiano di Bengasi.
Il mistero si infittisce, e resta ancora tale. Perché l’aereo era a 400 chilometri dalla base e a oltre 500 dalla zona dove era stato segnalato l’obiettivo dell’attacco? Il motore non ha subìto avarie, la fusoliera è a pezzi senza segni di contraerea; le eliche sono sì deformate, ma a causa dell’impatto. A queste domande ha provato a rispondere Pasqualino Schifano, esperto e appassionato di aeronautica e di Seconda guerra mondiale, con il suo libro fresco di stampa “Lo Sparviero perduto“, presto nelle librerie e già su www.losparviero.net. Tra le ipotesi ci sarebbe quella dell’inesperienza di volo in zone con pochissimi riferimenti geofisici, il meteo avverso (la deriva causata dal vento di coda potrebbe avere dirottato lo Sparviero senza che il pilota se ne accorgesse?), la scelta di una rotta diversa per evitare di sorvolare Tobruk, proprio in mano inglese, l’inefficienza degli apparecchi radio, che però a vent’anni di distanza non sono più verificabili. Infatti, se Bengasi era stata riconquistata dagli italiani da due settimane, una stazione radio campale era comunque in funzione a Berka e l’aereo sarebbe riuscito a individuare la direzione col radiogoniometro. Evidentemente non lo fece. Sull’aereo manca pure un diario di bordo che potrebbe aiutare a capire.
“Lo Sparviero perduto” comprende molte fotografie, autorevoli contributi, tavole tecniche, mappe, lettere e un fumetto di Filippo Chittolini che sintetizza questa appassionante e al contempo drammatica storia.
E l’armiere Romanini? Si ragiona sempre per ipotesi. Probabilmente era l’uomo dell’equipaggio fisicamente più in forma, aveva 24 anni; insieme ai compagni venne deciso di mandare lui a cercare soccorsi, mentre gli altri lo avrebbero atteso all’ombra delle ali. Forse non era solo ad aver affrontato il deserto: gli orologi trovatigli accanto erano due. Percorse tutti quei 90 chilometri con mezzo litro d’acqua e arrivò, probabilmente senza rendersene conto, a quattro chilometri dalla pista di Gialo e dalla salvezza.
All’epoca tutti i quotidiani e le riviste italiane ripresero la notizia dell’aereo scomparso, dandole ampio spazio. Pochi giorni dopo l’identificazione del sergente maggiore Giovanni Romanini grazie alla piastrina metallica, il “Sunday Ghibly“, foglio di Tripoli in lingua inglese, diede per primo la notizia. E il 25 aprile 1961 la “Gazzetta di Parma” la rilanciò - per prima in Italia - col titolo: “La madre dell’aviatore morto nel deserto ha appreso dal giornale la notizia del ritrovamento”. La signora Anna abitava in Oltretorrente, in via Gorizia: per il nostro giornale venne fotografata seduta con l’immagine del suo Giovanni tenuta in grembo. Un giovane parmigiano davvero valoroso, che lascia un ricordo romantico, fluttuante e silenzioso come quel deserto.

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