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Da Cuba a via Burla, raccontare la libertà tra parole e pagine

Un narratore e le sue storie in viaggio nel mondo dei reclusi. «Noi siamo qui, non ci dimentichi»

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Se esiste una cosa che va dimenticata quando si entra in un carcere, anche se ne senti il battito dilatato, è il tempo. Dove anche due ore possono sembrare un’eternità. Specie se sai che il vuoto da riempire è un'attesa. Di parole. Di storie. Di racconti da un mondo lontano migliaia di chilometri come può essere un'isola feticcio, a seconda dei punti di vista prototipo dei sogni turistici o «prigione» in salsa tropicale. Ho scelto di raccontare la mia Cuba «tra letteratura e cronaca» ai detenuti che stanno aspettando nella sala teatro. Non so chi siano, ignoro le loro fedine penali, non ho idea di quando (e se) finiranno di scontare le loro condanne. Entrare nel mondo dei reclusi è un altro «viaggio». Le doppie porte di ferro rosso. Il clangore delle maniglie. Il documento lasciato alla guardiola. La trafila prevede che il cellulare venga lasciato agli agenti. Dopo un po’ appare Lucia Monastero, direttore aggiunto degli istituti penitenziari di Parma. E' lei ad accompagnarmi e a condurre l'incontro. Altri corridoi: «non luoghi» fatti di pareti blu e grigie che si stringono, cancelli di ferro che arrivano al soffitto, pavimenti di linoleum, fino alla sala teatro. Loro sono esattamente come te li aspetti: non sai nulla del passato che li ha fatti inghiottire nel buco nero del carcere. Qualcuno ha l'aspetto serissimo, altri mostrano un fare guascone. Ma basta poco per sciogliere la tensione e strappare un sorriso. Lì dove la scrittura come luogo di libertà è un fatto che si tocca e si respira. Sono entrato con un quaderno su cui ho scritto una traccia del mio intervento e un po' dei miei libri sotto il braccio da regalare alla biblioteca. Con la consapevolezza di dover parlare della mia esperienza a persone che vorrebbero scrivere magari per provare a lenire il dolore della detenzione. Lucia Monastero spiega che tra i detenuti è molto diffusa una scrittura spontanea che nasce probabilmente dal bisogno di comunicare se stessi e con se stessi e talvolta sorprende scoprire che a provarci sono persone che non lo hanno mai fatto prima. I detenuti scrivono – e leggono – per sopravvivere alla detenzione. Rigiro fra le mani le copie dei libri che ho portato, gli appunti che ho preparato. Ma appena mi siedo e i miei occhi incrociano i loro capisco che non ha senso tenere una «lezione». Vorrei essere io ad ascoltare le loro storie, a imparare come si sopporta una clessidra da cui non scende sabbia, ma anni che non passano mai e che nessuno ti potrà restituire. L'incontro si trasforma in una chiacchierata sul leggere, sul concetto di libertà. I «ragazzi» intervengono, commentano quello che gli piace o quello che li fa ridere. Anche gli applausi sono un po’ più veri, perché qui non si regala niente. Non mi aspettavo una partecipazione così accalorata. «Venga quando vuole, noi siamo qui, non ci dimentichi». Un ragazzo si avvicina e timidamente confida che ha una bella storia da raccontare, vorrebbe che lo facessi io per lui: lo incito a scriverla e poi a mandarmela. Con la promessa di leggerla una volta finita. All'uscita, gli stessi riti dell’ingresso. Il cielo si è rannuvolato, penso a quello che mi ha detto uno dei detenuti. «Per ricordarmi cosa c'è fuori di qui guardo le stelle». Percorro la strada verso l'auto, senza più perimetri di cemento davanti agli occhi. Anche il tempo sembra scorrere più veloce.

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