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Narrativa

Sangue tra il Po e il Ticino

«Terre selvagge», romanzo dello scrittore genovese Sebastiano Vassalli che racconta gli scontri tra i romani e i cimbri mettendo in scena personaggi storici. Guerre e battaglie animate da un tragico senso del destino. Paesaggi naturali di grande fascino

Sebastiano Vassalli
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Comincia provocando un senso di stupore il nuovo romanzo di Sebastiano Vassalli «Terre selvagge» edito da Rizzoli: «Com'era grande e misteriosa l'Europa duemila e cento e quindici anni fa, nell'anno seicentocinquantaduesimo della fondazione di Roma: corrispondente, nel nostro calcolo del tempo, al centouno prima di Cristo!». E si ha subito l'impressione di trovarsi davanti a un'opera diversa dalle solite della solita narrativa italiana di questi anni spesso penosamente mediocre, incerta e sgrammaticata. E' l'impressione di chi, aperto uno scrigno senza eccessiva curiosità, trova invece un tesoro. Il romanziere genovese, che ha per l'occasione abbandonato il suo tradizionale editore Einaudi, ci regala un'opera di straordinario fascino: un romanzo storico, genere inconsueto e poco frequentato al dì d'oggi, un romanzo dove i personaggi, i luoghi, le battaglie e la guerra hanno sentori di conflitti eterni e di un destino che non cessa d'essere presente con il suo profilo di violenze, di atrocità, di dominio e di morte. Vassalli non è mai stato uno scrittore improvvisato, di quelli cioè che confezionano a stento cento paginette per far contento l'editore e concorrere ad un premio.
E' scrittore di lenta possessione, dal passo sicuro e dalla sicura fiducia nelle proprie possibilità, sin da quando si rivelò con «La notte della cometa» ('84), «L'oro del mondo» ('87) e «La chimera» ('90) dopo aver frequentato, tra il '68 e il '76, le esperienze del gruppo 63. Ma «Terre selvagge» è già qualcosa di più: è il racconto limpido e preciso di una frequentazione storica che lascia stupiti e dalla quale sorgono non solo le antiche fonti, Cicerone, Plutarco, Livio, Tacito, e poi i grandi romani Caio Mario, Lucio Cornelio Silla e i loro soldati, ma anche l'immensa confusione delle voci, dei riti, dei luoghi tra Novara e Vercelli, i «Campi Raudii», dove le gesta dei Cimbri e dei Romani si mischiarono in un furore di terrore, violenza e leggenda. Non solo. La storia che Vassalli racconta e immagina è così fitta di episodi che con non poca difficoltà riusciamo a districare: ma la nostra pazienza viene sempre ricompensata. «Caio Mario rispondeva con la mano e col viso al saluto dei soldati»; e questo è un personaggio. Un altro è Quinto Lutazio Catulo: «un perfetto rappresentante di quel l'aristocrazia senatoria che nei seicentocinquantadue anni del l'esistenza di Roma era arrivata a conquistare mezzo mondo, ma che ormai annoverava soprattutto personaggi come lui, più adatti per le missioni diplomatiche e per le cerimonie ufficiali che per affrontare una guerra». Un altro è il capo cimbro Agilo, detto l'Orso, che ha due figlie Rhamis e Sigrun. Altri personaggi ancora sono paesaggi, fiumi, boschi, campagne, e poi tramonti, piogge, coltivazioni, animali vivi e morti, la grande madre natura che si apre a ventaglio dal monte Ros al villaggio di Proh, dal sasso delle Matrone ai villaggi che costeggiano il Ticino e il Po, tra ciliegi e meli selvatici, lo starnazzare dei polli, il cigolio della mola spinta dall'asino che macina il frumento per ridurlo in farina, la casa di Tasgezio e Lunilla e i nidi dei corvi animali sacri. E compaiono anche «I giocolieri etruschi» con il loro carro che all'occorrenza si «trasformava in una casa viaggiante e con una maschera di Bucco, il re dei comici, appesa sopra la testa di chi stava a cassetta». La macrostoria si confonde perfettamente con la microstoria e la cronaca quotidiana, a formare quindi la sostanza del romanzo, i suoi umori, le sue atmosfere, le curiosità spicciole delle giornate, il passare delle stagioni, la vita dei romani negli accampamenti tra fame, miserie e paure, le scorte di frumento che si esauriscono e la pazienza, «l'arma migliore per vincere i barbari», come dice Silla. Con eccezionale abilità il Vassalli procede nel racconto congegnando poi le varie parti che convergono sulla meta di un congedo finale verso il paese di Cameriano dove si ergeva un arco di trionfo che «non c'è più da chissà quanti secoli e non si sa nemmeno dove fosse». Eppure su quella terra meravigliosa «dove ancora esistono le paludi d'acqua sorgiva, le “lame”, e i boschi con le piante d'allora: i carpini, gli òntani, i salici, le querce a foglia piccola e tante altre, che però ormai sono mescolate con quelle della globalizzazione. Con i pioppi canadesi, le robinie, gli ailanti», regna il silenzio dell'antico furore che «Terre selvagge» evoca dal profondo dei millenni. E' questa la forza del libro, è questo il tesoro che Vassalli ha scavato con immenso affetto di storico e di uomo e con acuta intelligenza di poeta, perché davvero «come era grande e misteriosa l'Europa, centouno anni prima della nascita di Cristo! Quell'insieme di pianure, di montagne, di mari e di fiumi e di laghi, di foreste e di terreni coltivati che per chi ci viveva era il mondo». Forse, adesso, ci sentiamo un po' cimbri anche noi, siamo un po' romani conquistatori, ma anche un poco più pensosi uomini del presente in cerca di una traccia che ci renda migliori senza battaglie, incendi, stragi e carestie, secondo la mirabile lezione di Vassalli.

Terre selvagge
Rizzoli ed., pag. 297, euro 18,00

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