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Campiello, ecco i cinque finalisti

Premio letterario: Michele Mari, Mauro Corona, Giorgio Fontana, Fausta Garavini e Giorgio Falco

Campiello, ecco i cinque finalisti

Michele Mari

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Difficile scegliere le cinque «voci soliste» per il Campiello, in una «polifonia di percorsi» che paiono toccare le più diverse corde della narrazione, dal romanzo di storia alla letteratura psicologica o della marginalità, del dolore, o che fanno in verso nello stile al romanzo inglese dell’800.
Una difficoltà con cui ha fatto i conti la giuria dei letterati chiamata a scegliere la cinquina da portare all’attenzione dei 300 lettori-giurati, rigorosamente anonimi, che la sera del 13 settembre, a Venezia, dovranno far emergere il vincitore della cinquantaduesima edizione del premio ideato da Confindustria Veneto. Così il quinto libro arriva solo alla sesta votazione, dopo un serrato testa a testa, quando per passare basta ricevere un voto in più del secondo e non superare il traguardo della maggioranza più uno dei votanti, il fatidico 6 su dieci. Alla fine passa Giorgio Falco, con «La Gemella H» (Einaudi). Più facile il cammino nell’aula magna del Bo, a Padova, per «Roderick Duddle» (Einaudi) di Michele Mari che con otto voti entra in cinquina al primo turno e si piazza come il libro più votato dai letterati, con 8 preferenze. A seguire, sempre al primo giro di voti, Mauro Corona con «La voce degli uomini freddi» (Mondadori) e Giorgio Fontana con «Morte di un uomo felice» (Sellerio), entrambi con sei voti. Alla seconda votazione supera il guado Fausta Garavini con «Le vite di Monsù Desiderio» (Bompiani). Poi, l’impasse per le altre tre votazioni a maggioranza con Falco e Giuseppe Sgarbi, autore a 93 anni di «Lungo l’argine del tempo» (Skira), a muoversi quasi appaiati seguiti da Luciana Capretti con «Tevere» (Marsilio). Una «battaglia vera», come dice Riccardo Calimani, uno dei dieci votanti, che si conclude al sesto «giro».
La giuria ieri sera - come racconta la presidente Monica Guerritore - aveva di fatto definito una decina di titoli su cui far girare la ruota della cinquina, con Sgarbi in prima linea per il premio Campiello Opera Prima. Poi, le cose sono cambiate, il riconoscimento è stato deciso di darlo a Stefano Valenti con «La fabbrica del panico» (Feltrinelli) e Sgarbi è tornato in corsa. «E’ stata - rivela l’attrice-presidente - una sorpresa. Ha spiazzato molti di noi che eravamo certi di una proposta estrema come l’opera di Davide Brullo, ''Rinuncio'' (Guaraldi), e di Lucia Capretti». «In giuria siamo dieci - dice per spiegare l’esito finale delle votazioni -. E’ davvero un premio letterario che non sai come vada a finire».
Quella di quest’anno è stata un’edizione del premio che, come hanno ricordato da quasi tutti i letterati, ha brillato per la buona qualità delle proposte; in parte caratterizzate da strutture «barocche» che, come ha spiegato Ermanno Paccagnini, presentavano «una polifonia di percorsi e di intrecci capace di produrre qualcosa di veramente buono e far diventare la lettura un vero e proprio cibo per la mente».
Il tratto comune, ha aggiunto Nicoletta Maraschio, è dato infatti «dall’importanza della storia, il gusto dell’intreccio e di creare personaggi che giocano con la scena, con la voglia di raccontare il passato, con sentimenti individuali o autobiografici”» Per Salvatore Silvano Nigro, Sgarbi a 93 anni ha scritto «il libro più giovane di tutta la squadra, un viaggio nella memoria attraverso le acque del Po molto poetico». Sul piano statistico, dei 65 libri giunti all’esame della giuria, 27 sono firmati da donne.

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