Arte-Cultura

«Cuba? Una pianura padana scomparsa»

«Cuba? Una pianura padana scomparsa»
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Il nuovo romanzo di  Davide Barilli, «Le cere di Baracoa» (edito da Mursia) -   che viene  presentato alle 18 di oggi nella Sala delle Feste di Palazzo Sanvitale, a cura del Mup, da Guido Conti, Lucio Lami, ex inviato di  guerra e esperto di vicende cubane e  dal critico Giuseppe Marchetti - è un libro che corre sul doppio binario del passato e del presente. Una storia a cerchi concentrici che racconta un enigma che trae origine nella Bassa Padana nei giorni cupi della guerra partigiana: due fratelli muoiono durante una rappresaglia. La scia di sangue varca l'Oceano, pesante bagaglio di due immigrati italiani. Condotto dalla voce di un misterioso narratore deciso a ritrovare i protagonisti di una resa dei conti che si è consumata dopo decenni, il lettore finisce immerso in una Cuba inedita e sconosciuta dove si incrociano personaggi reali e leggendari: dal campione di scacchi cubano Capablanca a un inedito e immaginario Italo Calvino bambino, da Errol Flynn a Magdalena Rovieskuya, la cantante lirica russa che scappò dalla rivoluzione dei bolscevichi per gestire un hotel nell'antica città di Baracoa; ma anche Gino Donè Paro, l'ex partigiano veneto che sbarcò sull'isola con Fidel Castro per liberarla dalla dittatura di Batista. E poi il bicicletero Barroso, il tapizero Orlando e tanti altri personaggi.
Si può definire questo libro un giallo?
«Solo  se intendiamo per giallo la presenza di un enigma che determina la vicenda narrata. Certo, la trama è  costruita intorno a una ricerca, un'indagine, ma slegata dal delitto iniziale che mette in moto il libro».
 Un delitto realmente accaduto, tra l'altro.
«Una storia vera che mi colpì molto, accaduta nella bassa mantovana. Un uomo torna dopo mezzo secolo per uccidere un suo coetaneo, poi si consegna ai carabinieri. Ecco perché dico  che è un giallo finto, in realtà è un libro di misteri, a partire dalle cere che danno il titolo al libro,  ma soprattutto è una storia di viaggi e destini. Più della vendetta, in realtà, a sconvolgermi è stato scoprire, sfogliando le carte processuali, che l'omicida si era  già  condannato preventivamente: la sua scelta di isolarsi in una foresta, in mezzo agli indios, per oltre trent'anni, in completa solitudine, prima di tornare, ormai vecchio, a compiere quella vendetta quasi sacrale a cui aveva pensato per tutta la vita, io la interpreto come una sorta di annullamento di sè».
 Hai mescolato  storie, fuori dai canoni tradizionali. La tua doppia natura di cronista giudiziario e di viaggiatore e conoscitore del Centro America, ha creato  il risultato di una storia intrigante di misteri, rivoluzioni mancate, di ideali e passioni. Ma perché hai scelto Cuba?
«E' un'isola dove tutto può accadere. Un luogo magico e terribile dove la vita è fatta di cose concrete, invenzioni quotidiane e fantasie che mi hanno fatto pensare al mondo padano di parecchi decenni fa, un mondo ormai divorato dall'omologazione.  La Bassa, a ben pensarci, ha un che di sudamericano, con le sue distese infinite e nebbiose che ricordano la pampa. Luoghi dove è facile perdersi.   È un imprinting che ho ritrovato, per certi versi,  a Cuba. Non certo nei luoghi  del turismo, ma nelle  aree periferiche, desolate, come la parte orientale dell’isola, quella che a Cuba  chiamano Palestina, una  zona depressa con città che si chiamano Moa, Banes o Mayarì, ma  ricca di umanità e di storie. Mi piace imbattermi, come accade in questa Cuba povera e allegra, in personaggi anomali, a volte assurdi, come il mio giocatore di scacchi sordomuto, oppure Barroso il bicicletero o certi inimitabili  vecchi guajiros che sanno stregarti per ore  con i  loro racconti».r.c. 
 

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