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Michelangelo nel cuore di Roma

Per il 450° anniversario della morte: la vita e l'opera del maestro fiorentino, in mostra oltre 150 capolavori ai Musei Capitolini

Michelangelo Buonarroti

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Roma, città eterna, celebra il divino Michelangelo, artista eterno, nel ricordo dei 450 anni della morte, avvenuta il 18 febbraio 1564: si è spento all’ora dell’avemmaria, a 89 anni, nella sua casa romana a Macel’ de Corvi. In realtà la celebrazione dell’artista avveniva già, lui vivente, da vari decenni con la presenza dei suoi grandiosi immortali capolavori: la Pietà, il Mosè, il Cristo Risorto, la Cappella Sistina; e nella «sua» Firenze con il David e le Tombe Medicee. «Maestro di tutte e tre le arti perfettissimo e unico»; «più eccellente pittore e scultore che mai vi sia stato»; «non solo tiene il principato di una di queste tre arti (architettura, scultura, pittura) ma di tutte tre insieme» (Vasari): gli elogi superlativi l’hanno accompagnato lungo tutta la sua straordinaria vicenda umana e artistica che l’ha visto pure poeta di elevati sentimenti, molto amico di Vittoria Colonna e Tommaso Cavalieri, «riscoperto» nell’Ottocento da Ugo Foscolo.
D’altronde durante tutto il ‘500 è stato un tema fondamentale quello del paragone tra pittura e poesia che trova in lui l’espressione più alta. Ingegno superlativo, sensibilità elevatissima lo portavano talvolta ad avere reazioni aspre, a rapporti difficili coi committenti, compresi i pontefici, anche se Leone X (Giovanni de’ Medici), suo coetaneo, l’aveva conosciuto da ragazzo, quando nel 1490 Lorenzo il Magnifico (suo padre) aveva intuito le qualità del Buonarroti e gli aveva concesso di frequentare il Giardino di San Marco per esercitarsi nella copia di statue antiche sotto la guida di Bertoldo di Giovanni, ultimo allievo di Donatello.
A 12 anni Michelangelo, vincendo le resistenze del padre che lo voleva uomo di legge, era entrato nella bottega del Ghirlandaio, che gli faceva copiare vari affreschi: e un giorno mentre disegnava nella cappella Brancacci aveva un diverbio con Pietro Torrigiani che con un pugno gli fratturava il setto nasale, lasciandogli un segno indelebile.
Nel Giardino mediceo ha conosciuto Poliziano e altri umanisti partecipando alle loro discussioni sul concetto neoplatonico di amore e bellezza con la contrapposizione tra amore terreno carnale e amore celeste che tende verso il bene supremo: l’amore come bellezza assoluta che si identifica nella virtù sublime. Ed in questo periodo, a 15 anni, ha scolpito nel marmo la prima opera, il bassorilievo la «Madonna della scala» che ha uno schema donatelliano ma presenta già corposi accenni plastici che verranno sviluppati più tardi.
La «Madonna della scala» è uno dei lavori che più caratterizzano la mostra allestita (fino al 14 settembre) nei Musei Capitolini – in quella piazza del Campidoglio da lui progettata – col titolo «1564 – 2014 Michelangelo Incontrare un artista universale», curata da Cristina Acidini con Elena Capretti e Sergio Risaliti, che sono riusciti a raccogliere ben 156 pezzi - di cui 70 di Michelangelo - tra sculture, dipinti, calchi, disegni, progetti e lettere. Una mostra unica, irripetibile e difficile da allestire dovendo delineare la vastissima e versatile attività di un genio le cui opere maggiori sono intrasportabili. E’ stata così scelta la strada della suddivisione tematica in nove sezioni che focalizzano i temi principali della sua poetica sospesa tra «antico e moderno», «vita e morte», «regola e libertà»: un viaggio che rispecchia la sua profonda evoluzione interiore, che affascina e commuove. L’inizio è spettacolare col maestoso Cristo Giustiniani (1514), alto oltre due metri, recuperato nella sua solenne drammaticità.
Subito dopo ecco il Bruto (1538) il cui non finito ne aumenta l’esemplare fermezza morale espressa con scarna essenzialità: viene messo a confronto con il Bruto capitolino e il busto di Caracalla d’età romana.
Completano il salone i due calchi in gesso dello Schiavo morente (1515) e dello Schiavo barbuto (1530) sprigionanti un enorme potenziale d’energia.
L’immagine più nota di Michelangelo è quella che ci ha lasciato Jacopino del Conte che l’ha ritratto a 50 anni, vestito di nero, col naso schiacciato, mentre Daniele da Volterra (colui che ha messo i calzoni agli ignudi del Giudizio Universale) ha realizzato in bronzo la sua statua funebre.
Vicino a lui vi sono alcuni dei papi con cui ha lavorato e discusso come Giulio II (ritratto da Raffaello), Leone X (del Bugiardini), Clemente VII (di Domenico Casini) e Paolo III (di Sebastiano del Piombo, proveniente dalla Galleria Nazionale di Parma).
I modelli antichi (Erote dormiente, Apollo del Belvedere) sono serviti a Michelangelo per coglierne lo spirito e realizzare capolavori quali «Bacco con satiro» (calco in gesso).
I suoi studi hanno riguardato anche il corpo umano: la vita nascente e la morte. Ecco il tenero Bimbo della Madonna di Bruges (calco) e quello avido di latte materno del mirabile disegno della Madonna col Bimbo (1525) e per contrapposizione il sottile dolente Crocifisso ligneo policromo del 1493 confrontato con quelli più piccoli del Bargello (attribuito con contrasti) e del Louvre (punto interrogativo), nonché il piccolo, struggente, non finito (1563) di Casa Buonarroti, abbozzato con incisivi colpi di sgorbia, che emerge come un colosso ancora imprigionato nel legno.
Nei disegni d’architettura l’esordio è avvenuto a Firenze coi progetti del tamburo della cupola di Santa Maria del Fiore e delle superbe tombe medicee.
A Roma dal 1496 è proseguito coi progetti per l’alzata di San Pietro, per San Giovanni dei Fiorentini, per Porta Pia e per il Campidoglio. Infine l’amore, celeste e terreno, espresso nelle poesie e nelle opere d’arte ricche di splendidi corpi scolpiti nel segno di una bellezza spirituale che aspira alla perfezione divina.

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