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I cinquanta capolavori di Morandi

Cinquant'anni fa moriva l'artista. Una collezione di grande prestigio alla Fondazione Magnani Rocca

I cinquanta capolavori di Morandi
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Il 18 giugno di cinquanta anni fa moriva a Bologna Giorgio Morandi, uno dei più grandi artisti del Novecento, celebre per le sue bottiglie e per la vita priva di clamori, come le sue raffinatissime opere. Luigi Magnani, il signore della Villa dei Capolavori di Mamiano, lo aveva conosciuto nel 1941 a Salsomaggiore; da quell’incontro ebbe origine la collezione dei cinquanta Morandi della Fondazione Magnani Rocca. Vi sono rappresentati tutte le tecniche e i soggetti morandiani; diciassette sono i dipinti a olio, cinque gli acquerelli, otto i disegni, venti le incisioni: fra i dipinti sono presenti la «Natura morta» del 1918, capolavoro metafisico, idolo quotidiano di un tempo e uno spazio indefiniti, l’«Autoritratto» del 1925, dove una sicurezza calma, un’assenza di dramma traspaiono dalla figura del giovane pittore, dimesso ma consapevole come un artigiano antico; vi è persino un «unicum», gli Strumenti musicali, solenni nella loro semplicità, eseguito nel 1941 su richiesta di Magnani, e molti altri quadri con le nature morte - icone dell’arte novecentesca - con fiori, paesaggi, fino a un rarefatto dipinto del 1963 che, come i lavori grafici del medesimo periodo, mostra una ricerca di sintesi portata all’estremo. È noto come Morandi (nato a Bologna nel 1890) talora per Natale o Pasqua si presentasse ospite a Mamiano con una nuova tela ricevendo in cambio prelibati prodotti delle fattorie di Magnani; successivi scambi o acquisti presso l’artista e presso altri collezionisti portarono a un gruppo di completezza e livello assoluti.
Il mondo morandiano è costituito da oggetti di uso comune, tenuti nel suo studio in via Fondazza a Bologna in attesa di essere scelti e dipinti dal maestro. Morandi è stato definito un «regista di nature morte» perché individuava i suoi soggetti con cura, li predisponeva su un piano come veri protagonisti della scena, ricreando un’immagine, già presente nella sua mente, che a lungo osservava per poi dipingerla con tratti rapidi: le sue bottiglie sono quindi il pretesto di una ricerca più profonda, la ricerca dell’io e dei suoi cambiamenti nel tempo; l’oggetto, privato della sua luce (Morandi dipingeva all’interno i vetri per renderli opachi) e isolato dal contesto consueto, viene reso forma pura, capace di sprigionare l’essenza delle cose.
Il poeta francese Philippe Jaccottet individua nell’arte di Morandi una luce «ad un tempo interiore e distante» come un’«infinita pazienza»: è il segreto dell’opera d’arte, non c’è arte senza maturazione che chiede cura e attenzione. I colori morandiani sono quelli della Bologna della giovinezza del pittore, dagli ocra ai grigi, ai marroni nelle varie tonalità; sono le mura dei palazzi, sono i portici sotto cui passeggiava per recarsi in Accademia, dove insegnava Tecniche dell’incisione. Morandi vive a pieno la Seconda Guerra Mondiale, tragedia che lo porta a distaccarsi da una realtà inaccettabile: si chiude così nella sua arte, fatta di oggetti immutabili che mai potranno turbarlo. Si sposta di rado vivendo in solitudine nella casa di Bologna e in quella di Grizzana sui colli tosco-emiliani, accudito dalle sorelle Anna, Dina e Maria Teresa; fa coincidere i confini della sua arte di paesaggio con quegli scorci, visioni al di là di una finestra che lui rende personali, intime ma universali, a cogliere le forme più essenziali, pretesti per l’espressione dei suoi sentimenti. Nel libro Il mio Morandi del 1982, oltre a pubblicare il carteggio con l’amico, Magnani ne tratteggia la personalità, evidenziando come egli non abbia mai inteso appartenere ad alcuna corrente artistica dominante: «Sapeva che la sua pittura non poteva diventare popolare, perciò dipingeva per quei pochi che sentiva partecipi del suo mondo».

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