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Il centenario di Milena

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Ricorre quest'anno il centenario della nascita di Milena Pavlovic Barilli, l'unica figlia di Bruno Barilli, secondogenito di Cecrope, il capostipite della grande famiglia di artisti parmigiani. Musicista, critico, scrittore, spirito bizzarro, autore dell'indimenticabile «Paese del Melodramma», Bruno Barilli aveva sposato la pianista Danitsa Pavlovic, cugina per via materna del re Pietro Karageargevic di Serbia, conosciuta studentessa a Monaco e più tardi a Vienna. Una principessa insomma.
Dal matrimonio tra Bruno Barilli e Danitsa Pavlovic il 5 novembre 1909 nasceva a Pozarevac, in Serbia, Milena, destinata a diventare una pittrice raffinata e affermata e scomparsa tragicamente negli Stati Uniti a soli 36 anni per i postumi di una caduta da cavallo (lesione alla spina dorsale) riportata nel 1944 mentre stava lavorando a Broadway.
Forse non sarà sufficiente, ma aiuta molto a capire Milena Pavlovic-Barilli l’accostare due stupende opere d’arte, due ritratti: il suo e quello del padre Bruno, somigliantissimi, ma soprattutto entrambi ricchi di qualità introspettive straordinarie. Il suo è un autoritratto, del 1938, mentre, con una affusolata mano sinistra, solleva il pennello intento a dipingere un quadro di cui si intravede appena un angolo della cornice e guarda con fierezza, ma anche con raffinato e leggero distacco, lo spettatore.
Il ritratto di Bruno, che non era pittore, ma come detto musicista e musicologo, è di Massimo Campigli, di dieci anni prima, ma, a parte la naturale somiglianza con la figlia, se ne stacca stilisticamente in modo netto. Campigli, infatti, cerca di cogliere l’irrequietezza di Bruno, la sua insaziabile voglia di mettersi in gioco, con la tecnica della caricatura, o meglio, dell’ironia beffarda.
I caratteri dei due personaggi emergono, dunque, in modi opposti: quello di Milena resta celato e mascherato sotto un’apparenza formalmente nobile e austera, mentre quello di Bruno prorompe all’esterno della sua fisionomia interpretata da un artista come Campigli.
Fin dai primi giorni della sua esistenza Milena inizia una vita sempre in movimento da una città all’altra, da una nazione all’altra. Una condizione inizialmente imposta, ma poi dovuta ad una scelta personale, che la segnerà per tutta la vita.
Come ha notato il critico di Belgrado Lazar Trifunovic, "Milena ha assimilato culture diverse: la serba patriarcale, la morbosa tedesca, la poetica mediterranea, la romantica spagnola e la razionalista francese". Per non dire dell’ultima e troppo prematuramente finita esperienza americana. In una lettera da New York supplica la madre di non torturarla più con il tentativo di convincerla a sposare un connazionale ricco per sistemarsi: "Con quello che ho passato, con te e me e Bruno sempre lontani, ora sto bene così, e contro la solitudine che mi assale tra questi palazzi così pieni di finestre e di gente, di giorno, e contro gli incubi neri come i corvi, di notte, io non so fare altro per difendermi che chinare la testa e lavorare, ma sento che quello che dipingo diventa sempre più buono e sono sempre più sicura nella mano e nel resto...".
E se il peregrinare europeo consente di individuare, da parte dei suoi biografi, i due periodi artistici iniziali classico e rinascimentale, il periodo newyorchese è stato ritenuto di prevalente influenza religiosa. I suoi più lunghi e significativi soggiorni in Italia risalgono agli anni Trenta del Novecento, quelli forse decisivi per la sua formazione. E’ in questo periodo che nella sua opera si nota l’influenza di Giorgio De Chirico e forse ancor più del fratello Alberto Savinio alle cui scene grottesche popolate di ibridi antropomorfi e zoomorfi ella contrappone temi melanconici di ispirazione metafisica. In quegli anni espone a Firenze, Belgrado, Parigi e Venezia.
A Roma è presente alla mostra sindacale del 1934, inaugura una personale alla Galleria della Cometa, ed è invitata alla Quadriennale e alla Biennale di Venezia. Nel settembre 1938 assiste con la madre, a Bergamo, alla prima dell’opera «Medusa» composta dal padre. Poi ancora tappe a Parigi, Oslo e L’Aja. Mentre la madre ritorna in Serbia, Milena si imbarca per New York con l’intenzione di visitare l’Esposizione universale.
In America la sorprende lo scoppio della guerra: non può più tornare in Europa. Collabora con riviste di moda e di decorazione d’interni, dipinge ritratti e le opere della sua poetica matura, segnata dall’ispirazione sentimentale e da temi religiosi. Espone varie volte a New York e a Washington e disegna i costumi e la scenografia del balletto «Sebastian» di Gian Carlo Menotti.
Muore a New York il 6 marzo 1945  per i postumi di una caduta a cavallo. A guerra finita, una piccola urna recherà in patria l'ultima traccia e l'ultimo ricordo di Milena Barilli.
Il Comune di Parma le ha dedicato un’ampia mostra nell’autunno 1989 al Palazzetto Eucherio Sanvitale e alcune sue rare opere erano presenti all’esposizione «Casa Barilli. Una famiglia di artisti tra Ottocento e Novecento di Palazzo Pigorini», curata da Francesco Barocelli e inaugurata nel novembre 1997.
 

 

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