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Pietrino, il cinema nella penna

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di Filiberto Molossi

Il padre fornaio lo portava a vedere, certe domeniche  pomeriggio che parevano interminabili, i film di Maciste: lui, il «portoghese discreto» cresciuto nella Bassa, scrisse più tardi recensioni folgoranti e mal pagate in venti minuti scarsi, chiamando «cocca» ad ogni apparizione la snella e luminosa Carole Lombard e avvicinandosi - soffrendo da sempre di una grave forma di miopia -, ogni anno di più allo schermo. Fino ad arrivare in prima fila: là davanti, nel posto (come ebbe a dire con geniale intuizione il nostro Paolo Pedretti) che gli competeva, quello del suggeritore… Chi mastica di cinema (o finge soltanto) si sciacqua la bocca prima di pronunciare il suo nome: perché Pietrino Bianchi - padre putativo di tutti i critici cinematografici -, è qualcosa di più che uno dei più grandi intellettuali nati in questa terra che ha messo al mondo anche giganti: è il mito, è la leggenda, è il primo e l’ultimo. Quello che, seguendo il fascio tremulo di luce di un proiettore d’altri tempi,  aveva già capito tutto: ma parecchio in anticipo sugli altri. Una sorta di nume tutelare - di inflessibile ma ironico antenato che ci guarda sorridente e beffardo da lassù -, la cui memoria va preservata, difesa, rispolverata di tanto in tanto, così da farla luccicare.

Oggi, il ragazzo di Fontanelle che al cine arrivava in largo anticipo, con l’ansia di chi spera che il film mantenga tutte le promesse, compirebbe cent’anni: già, un secolo di Bianchi. Lui che, ancora con le braghe corte o quasi, iniziò a scrivere proprio sulle colonne di questo giornale. Non erano ancora gli anni ’30, la redazione della «Gazzetta», «testimonianza - scrisse lui stesso - di un’antica nobiltà», era composta da due o tre stanze in disordine a pianterreno all’angolo tra via Saffi e via Repubblica. Al giornale Pietro che tutti chiamavano Pietrino arrivò trascinato da un bizzarro supplente liceale, più avvezzo alla scoperta dell’uomo che non all’insegnamento del latino, «tale» Cesare Zavattini: il quale, diventato capo redattore del nostro quotidiano, volle che lui e un suo amico serio e appassionato, alto e ritto come un pennone, Attilio Bertolucci, provassero a buttare giù qualche pezzo – ovviamente non retribuito… - per il quotidiano. «Avevo tra i 20 e i 30 anni – ricorda Bianchi -, i più importanti per la vita di un uomo: è il tempo delle grandi scoperte (e conquiste) intellettuali e morali, delle illusioni e della realtà dell’amore». E’ il tempo di Bianchi: che, con provocatorio anticonformismo esordisce con un pezzo su Salgari, «scrittore spregiato dalla cultura accademica, morto suicida».
Ma vero il capolavoro è targato 28 aprile 1928: in pochi se ne rendono conto, ma è il giorno in cui il cinema cambia per sempre. Bianchi non ha che 18 anni, è uno studente meno brillante del cugino Giovannino Guareschi (che lo sfotte per la sua passione per Proust…) e non ha probabilmente ancora ben chiaro cosa voglia fare della propria vita: ma, in un’epoca in cui chi si occupa di cinematografo ha lo stesso «blasone sociale dei giocatori professionisti di poker»,  riesce a pubblicare sulla prima pagina della  «Gazzetta», cosa più unica che rara,  la recensione de «Il circo» di Chaplin, il suo idolo. Filippo Sacchi, firma storica del «Corriere», comincia a vergare con regolarità le sue critiche  solo un anno dopo, choccando persino Dino Buzzati che più tardi ricorderà come «negli anni Venti il cinematografo era ritenuto dai benpensanti per lo più uno svago per ragazzi discoli che bigiavano la scuola, per cameriere e reclute in libera uscita». E’ il crac: il cinema viene sdoganato. E, per merito di pionieri illuminati come i Bianchi, i Sacchi, i Gromo diventa arte, cultura, mezzo di comunicazione ideale e sentimentale. Diventa quello che, tra alti e bassi, è ancora oggi: una cosa seria, a volte più della vita.  

Autorevole, più tardi anche temutissimo, fulmineo e lungimirante nei giudizi, Bianchi, rivelata a un recalcitrante  Zavattini (che poi ne farà buon uso…) la magia - e il potere evocativo - del cinema, continua a sviluppare la sua carriera di critico sulla «Gazzetta», che poi si fonde con il «Corriere emiliano». Il giovane collaboratore comincia, finalmente, a essere pagato: «Capii di essere ormai un professionista e che la carta da giornali e il rumore delle linotypes non mi avrebbero più abbandonato. Amen». Ma è solo l’inizio: nella metà degli anni ’30, Pietrino, già capocronista, pubblica in barba al fascio imperante proibitissimi racconti di Ernest Hemingway siglandoli E. H., poi tiene a battesimo la pagina letteraria della «Gazzetta» chiamandola, con l’abituale ironia, «Il quadrello», il nome che in parmigiano si dà al mattone… Lascia la piccola capitale: dal  «Bertoldo» (su cui si firma Volpone e incanta Calvino) all’epopea de «Il giorno» il passo è breve. Bianchi è già il migliore di tutti: velocissimo – confeziona pezzi capolavoro in meno di mezz’ora – è «letterario» nelle sue recensioni, anche pungente, molto chiaro, spesso un passo avanti agli altri. Probabilmente conserva negli occhi – e ancor più nel cuore – lo stesso stupore del giorno in cui da bimbo vide un film su Cleopatra, quando spaventosi e affamati coccodrilli che sembravano quasi uscire dallo schermo gli misero talmente paura da fargli scappare il palloncino rosso che stringeva nella mano… Ai festival, da Cannes a Venezia, è il re: i colleghi lo circondano alla fine delle proiezioni per rubargli qualche dritta. Non porta mai la macchina da scrivere da casa: digita con due dita su quelle consunte di frastornanti sale stampa.  Una volta al Lido, nei corridoi dell’Excelsior, incrocia uno dei nostri, Paolo Pedretti,  eccellente critico cinematografico e penna magnifica della «Gazzetta». Bianchi gli punta l’indice contro, gelandolo: «Tu! Sei troppo cattivo». Anni dopo Pedretti mi confessò che da quel momento  pensava sempre a lungo prima di stroncare un film. E’ inutile: Bianchi faceva scuola, dettava le regole anche là dove non c’erano. Fu lui a consigliare di produrre «L’avventura» di un carneade di nome Antonioni, fu lui a suggerire di tradurre in italiano i libri che avevano per protagonista una spia di nome Bond. E in tempi in cui dvd e canali satellitari non erano nemmeno un’ipotesi amava ripetere «chi ha visto ha visto». E mi dispiace per gli altri. Un genio multiforme, considerato tale anche al giorno d’oggi, a un secolo dalla sua nascita: quando il suo nome ancora mette soggezione. E non solo all’interno dei nostri confini. Sarà un caso, ma quando a Cannes mi rifilarono per la terza volta un accredito da giornale periodico, scrissi una lettera al potente ufficio stampa del Festival, facendo presente che la «Gazzetta» non solo era un quotidiano, ma anche il più antico d’Italia. Poi aggiunsi anche che su queste colonne aveva parlato di cinema gente come Attilio Bertolucci e Pietrino Bianchi, il più famoso tra i critici del nostro Paese. Non so com’è, ma qualche mese dopo il mio accredito aveva cambiato colore: era diventato di serie A. Forse san Pietrino mi aveva fatto la grazia. Lui non lo sa, ma gli devo un favore.

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