ZANARDI

Restauri, più ombre che luci

Bruno Zanardi si scaglia contro la qualità dei lavori di ripristino e riqualificazione eseguiti in Italia. Durissime le critiche alla nuova Ghiaia: «Luogo storico letteralmente devastato, uno squallido deserto». «Un patrimonio artistico senza», saggio dello studioso e tecnico parmigiano

Restauri, più ombre che luci
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Bruno Zanardi, parmigiano, autore di importantissimi restauri (tra cui quelli del Battistero di Parma, del Sancta Santorum del Laterano a Roma e degli affreschi di Giotto ad Assisi) e docente universitario, è da anni impegnato nella salvaguardia del patrimonio artistico e per questo si trova spesso a combattere contro una serie di leggi pensate «per un Paese con un’organizzazione dello stato fortemente verticistica e centralistica» e contro una burocrazia che definisce in «gravissimo ritardo culturale» per cui non riesce a far fronte ai problemi che pone l’attuale società per la custodia e la memoria del patrimonio storico e artistico nella sua totalità e nel rapporto con l’ambiente «in cui questa totalità è andata stratificandosi nei millenni»; di qui «l’irrimediabile esigenza di stringere in un solo e comune obiettivo di tutela il patrimonio in mano privata e quello in mano pubblica». E come strumento per perseguire la valorizzazione del patrimonio, Zanardi critica l’uso, ad esempio, di costruire mostre «quasi sempre di desolante livello scientifico» intorno a famosi quadri restaurati non tenendo conto se essi siano già stati restaurati e della consunzione della pellicola pittorica che ogni restauro provoca. Danni irreversibili che vengono denunciati nel suo recente libro «Un patrimonio artistico senza - Ragioni, problemi soluzioni», edito da Skira: un racconto sconcertante sulla enorme confusione che regna in Italia in questo importantissimo e delicatissimo settore ma soprattutto sui gravissimi danni arrecati alle opere d’arte restaurate a causa di personaggi senza scrupoli: soprintendenti che si rimangiano ordini dati per iscritto o che decidono restauri inutili; funzionari comunali che affidano un esame endoscopico con una microtelecamera all’interno di una statua da restaurare agli addetti allo spurgo fogne; il marmo pulito con sostanze che lo fanno diventare gesso. Eppoi le peripezie del Marc’Aurelio, dei Bronzi di Riace. Anche gli architetti sono oggetto delle «attenzioni» di Zanardi, iniziando da quei soprintendenti che scelgono i tinteggi «a puro sentore di naso, cioè indovinandoli». Ma il fatto grave è che «le scuole universitarie di architettura, cioè i luoghi di formazione dei soprintendenti ai monumenti, come di chi progetta il nuovo entro il paesaggio storico, da sempre laureano architetti senza che nel loro corso di studi siano previsti come fondamentali esami di storia dell’arte antica, medievale, moderna e contemporanea». «Una rimozione assurda, quella degli studi di storia dell’arte dalla formazione degli architetti, alla cui base non è improbabile vi sia l’influenza della figura di Bruno Zevi». E a questi architetti, che non conoscono la storia dell’arte e non hanno mai eseguito un restauro, viene affidata la direzione dei lavori di restauro. In Italia il numero degli architetti è tre volte superiore a quelli tedeschi, cinque a quelli francesi cosicché, secondo Zanardi, sarebbe opportuno ridurre il numero delle Facoltà d’architettura e farne dei luoghi rigorosamente meritocratici «per la creazione di un ceto dirigente colto, preparato efficiente». «Una vera e propria peste – a suo avviso – è il passaggio degli architetti con i loro arredi nelle piazze e nelle strade storiche italiane». Fra gli esempi negativi la «struttura in vetro da aeroporto nella piazza della Ghiaia di Parma, storico luogo del mercato della città, letteralmente devastato, sempre con tutti i permessi della soprintendenza e del Comune, da un intervento tanto incolto quanto arrogante, che ne ha fatto uno squallido deserto, per giunta tropicale per l’effetto serra». Un altro allarme viene lanciato dall’autore per il futuro del territorio italiano a causa dell’estinzione dei piccoli paesi e dei piccoli comuni con negative ripercussioni su tutto l’ambiente, per il destino dei beni storici e artistici anche privati situati in quelle zone e, infine, per i centri storici. Lo scenario tracciato da Zanardi è molto negativo anche se – afferma - «non tutto è così desolante». Come esempi confortanti cita il restauro dell’«Efebo» di Selinunte «frutto d’un lavoro di ricerca ancor oggi esemplare»; il restauro di Palazzo Ossoli a Roma; il «perfetto restauro» della «Madonna del Cardellino» di Raffaello eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure; ed anche l’intervento in Francia dell’architetto parmigiano Pier Carlo Bontempi che vicino a Parigi ha progettato una piazza ellittica, assumendo come modello culturale contro corrente le piazze storiche europee. Non tutto è perduto, quindi, ma il futuro del patrimonio artistico va tutelato puntando sulla scuola, sull’Università, ma soprattutto attuando da parte del Ministero competente una nuova coraggiosa politica di tutela efficiente in accordo coi Ministeri dell’Università e dell’Ambiente per giungere a una vera salvaguardia del patrimonio artistico-culturale nella sua complessità anche ambientale.

Un patrimonio artistico senza
   di Bruno Zanardi
   Skira, pag. 168, € 18,00

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