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Alla scoperta di Malta preistorica

Una piccola isola, una grande storia, una affascinante preistoria

Alla scoperta  di Malta preistorica
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Forse per la sua posizione nel Mediterraneo Malta è stata al centro dell'attenzione di tutti i potenti della terra attraverso i secoli: è stata dominata dai Fenici e poi, a turno, dai Romani, dai Bizantini, dagli Arabi, dai Normanni, dagli Svevi, dagli Angioini. Nel 1530 Carlo V cedette l'isola in proprietà ai Cavalieri Ospitalieri dell'Ordine di San Giovanni. Questi sconfissero i Turchi che nel 1565 avevano assediato l'isola con una flotta di 190 vascelli e 30000 soldati. Finalmente per Malta iniziò un periodo di tranquillità e di benessere. Nel 1798 i francesi con Napoleone diventarono padroni dell'isola senza colpo ferire. Nel 1800 subentrarono gli inglesi. L'isola, per via diplomatica, venne messa sotto la protezione di Sua Maestà Britannica fino al 1964, anno in cui i maltesi conquistarono l'indipendenza. Tutta questa storia così ricca di avvenimenti è documentata da un magnifico patrimonio artistico che da solo merita un viaggio in questa stupenda isola.
Ma ancor più stupefacente è la ricchezza di reperti che si riferiscono al periodo preistorico, soprattutto per la loro peculiarità ed unicità. Ed è su questo che vorrei soffermarmi brevemente, con una rapida immersione nella cosidetta "civiltà megalitica". Tra il 5000 e il 2500 a.C. in Europa sorgevano costruzioni realizzate con blocchi di roccia di grandi dimensioni ( menhir, dolmen), sulla cui valenza simbolico-religiosa sono stati scritti interi volumi. Basta citare per tutti Stonehenge in Inghilterra o Carnac in Francia. Siamo nel periodo neolitico e, come è noto, l'uomo da "cacciatore-raccoglitore " è diventato agricoltore , stanziale. Sono sorti i villaggi e con essi una nuova forma di vita sociale: i rapporti umani diventano più complessi, più stretti con obblighi ,dipendenze e così via. Si forma di necessità una organizzazione di tipo gerarchico che avrà importanti riflessi e conseguenze sulla quotidianità e anche e soprattutto nel campo della inumazione dei defunti.. Fina ad allora si praticava l'inumazione individuale in una fossa singola. Ora si passa anche all'inumazione collettiva. Ma se tutto questo corrisponde al comportamento dell'uomo neolitico in tutta l'Europa, cos'è che differenzia e che caratterizza la civiltà megalitica maltese, tanto da renderla unica per la originalità, la qualità e la quantità dei capolavori che ci ha lasciato? E' difficile riassumere in pochi periodi la vasta letteratura sull'argomento.
Si presume che dopo l'ultima glaciazione un gruppo di agricoltori, forse provenienti dalla Sicilia, sia approdato a Malta in cerca di nuove terre ove vivere e coltivare la terra. Con il passare del tempo crebbero di numero, crearono villaggi, si organizzarono e, dopo aver almeno in parte risolto i problemi della sussistenza, si trovarono di fronte al problema della morte e dell'aldilà (problema, del resto, che ancora oggi turba le nostre coscienze). Per esorcizzarlo praticavano il culto della «dea madre», rappresentata con figure femminili obese, con gambe e braccia esageratamente gonfie. Queste dee madri rappresentavano la fertilità e la vita e ad esse dovevano essere dedicati i templi i cui resti ancora oggi vediamo. Ma non è questo che ci sorprende. La meraviglia deriva dal fatto che questi templi sono stati eretti quando ancora non esistevano le Piramidi in Egitto e sono da considerare in assoluto le prime costruzioni di grandi dimensioni operate dall'uomo. Ma forse ancor più sorprendente è il fatto che i maltesi di quel periodo ignoravano totalmente l'uso del metallo (anche se nel resto del continente era ormai diffuso l'uso del rame). Il taglio della roccia, il trasporto e la messa in opera di grandi megaliti (alcuni pesano anche venti tonnellate) devono aver presentato problemi tecnici, la cui soluzione, con i mezzi a loro disposizione, lascia stupefatti.
Abbiamo potuto ammirare tre templi (nell'isola se ne contano una ventina) i cui resti architettonici (la facciata, la porta, il corridoio centrale, una o più absidi) richiamano la pianta delle nostre cattedrali: il complesso di Hagar Qim, i templi di Tarxien e Ggantija. Quest'ultimo è stato inserito nel patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Si trova nell'isola Gozo e si chiama Ggantija, perché si pensava che solo una stirpe di giganti potesse costruire un tempio di quelle dimensioni.
Ovviamente parliamo di resti che non superano i due-tre metri di altezza (il resto è crollato), le pareti non sono intonacate, manca una copertura. Ma questi megaliti, ben modellati, levigati e rifiniti in modo da non lasciare spazi vuoti tra l'uno e l'altro costituiscono un colpo d'occhio formidabile. Ovviamente questi risultati che con i mezzi di allora richiedevano per la loro messa in opera tempi biblici, erano possibili soltanto in una società ben organizzata e quasi patriarcale, forse isolata dal resto del mondo, come fa supporre anche il mancato uso del metallo. Una società di tipo gerarchico e forse con la presenza di una importante classe sacerdotale. Inevitabili i riflessi sulle pratiche funerarie che comportavano l'inumazione collettiva e quindi la necessità di creare spazi in grado di contenere i corpi di migliaia di persone. Gli archeologi ne hanno trovati due, uno nell'isola di Gozo e uno nell'isola di Malta. Quest'ultimo, «l'Ipogeo di Hal Saflieni», è sicuramente il più importante e spettacolare per le caratteristiche che ha assunto con il passare del tempo, tanto da essere dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità. Nato e ideato come luogo di sepoltura, realizzato scavando la roccia (fino a 12 metri) con selce e ossidiana, si tratta di un complesso di ambienti di varie dimensioni, disposti su tre piani e collegati tra loro con corridoi percorribili da una persona in posizione eretta. Ma la vera sorpresa è che nell'ultima stanza, a circa 10 metri di profondità, le pareti di roccia sono state scolpite con grande perizia, tanto da riprodurre esattamente la facciata dei tempi che vediamo in superficie. Assolutamente un capolavoro. Oggi viene considerato l'unico tempio sotterraneo esistente al mondo. D'altra parte il culto della Madre Terra non poteva essere celebrato con maggior consonanza che nel grembo della Terra Madre dalla quale proviene la vita e nella quale si era e si è destinati a tornare dopo la morte. Non nascondo di aver provato una certa emozione e un indiscutibile e salutare turbamento di fronte a questa opera d'arte, indubitabile espressione della profonda spiritualità di questa gente vissuta 3000 anni prima di Cristo.
Il motivo della fine di questa civiltà, intorno al 2500 a. C., non è noto. Si può supporre che un cambiamento climatico abbia costretto gli abitanti ad abbandonare l'isola, non più in grado di produrre i frutti della terra necessari per la loro alimentazione. Ma forse è più realistico supporre che un nuovo popolo di cultura diversa, il popolo dei guerrieri dell'età del bronzo, abbia gradualmente invaso l'isola. I templi vennero per sempre abbandonati.
Con una locuzione latina, «Sic transit gloria mundi», potremmo concludere il nostro discorso; non senza però aver espresso ammirazione per questo popolo che ci ha lasciato straordinari capolavori architettonici, capaci di sorprendere non soltanto sul piano artistico.

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