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Lisbona, finestra sull'anima

"Sul Portogallo", volume edito da Diabasis. Fernando Pessoa riflette sulla sua patria. Sguardo profondo sulla condizione umana

Lisbona, finestra sull'anima

Fernando Pessoa

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Chi è Pessoa?» si chiedeva Octavio Paz a proposito di questo scrittore portoghese, un classico della modernità, emblema di un mondo di crisi e di enigmi da esplorare. Già l’abitudine di Pessoa di firmare i propri scritti utilizzando, oltre al proprio nome, vari eteronimi (Alexander Search, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos, Bernardo Soares) ci mette di fronte a un autore che intreccia finzione e autobiografia per sottolineare la complessa tematica dell’identità dell’uomo e dello scrittore moderno. Lasciandoci, così, opere di rilievo come lo splendido «Libro dell’inquietudine» e racconti e poesie e saggi tutti di alta problematicità. Autore da leggere cogliendo i sottintesi ironici del suo discorso, che spesso assume tratti paradossali, Pessoa ha dato vita a un’opera ampia, frutto di una fervida progettualità testimoniata anche dal libro «Sul Portogallo», pubblicato ora con cura e acutezza da Vincenzo Russo per la casa editrice Diabasis: una scelta di testi, in gran parte editi per la prima volta in italiano, relativi alla questione dell’identità di quel Paese e della sua cultura. I progetti, tra gli altri, sono indicativi delle diverse direzioni che la saggistica pessoana sul Portogallo avrebbe preso, rifiutando ogni sistematicità, in modo analitico o in semplice veste di appunti. Gli anni nei quali si collocano questi scritti rappresentano un periodo delicato e difficile di un Paese in cui nel 1910 – deposto Emanuele II di Braganza – era stata proclamata la repubblica con l’esito, poi, dell’avvento di una dittatura che vide protagonista, dal 1932 al 1968, Antonio de Oliveira Salazar. Sotto il profilo culturale, il Paese appariva al bivio tra scelte tradizionali e innovative, alla ricerca di un’arte che esprimesse nuovi indirizzi più consoni a un Portogallo che cercava una rinascita sulla scia dell’entusiasmo per l’instaurazione della repubblica. Una prospettiva che – nel filtro di un’utopia letteraria – Pessoa vedeva riflessa soprattutto in una nuova poesia che avrebbe dovuto produrre un grande poeta, più grande persino di Camões, l’autore nazionale per eccellenza. Una prospettiva che – su vari piani – prevedeva il rifiuto del provincialismo esterofilo e di ogni sudditanza culturale, recuperando un patrimonio creativo legato all’archetipo di una tradizione di scoperta e di creatività culturale che avrebbe stimolato un orgoglio nazionale e rimesso il Portogallo in una posizione di centralità. Una diagnosi e un pronostico, quello di Pessoa sul Portogallo, che partiva dall’analisi di sé, della propria anima, delle proprie contraddizioni, per arrivare alla definizione di un identikit psicologico portoghese (eccesso di disciplina, incapacità di rivolta e di agitazione, eccesso di immaginazione, per esempio) e alla prospettazione di possibili cure. Le pagine di Pessoa, sottili e insieme articolate, appaiono interessanti soprattutto nella definizione del rapporto tra lingua e nazione, del valore della parola come elemento di socialità, del patriottismo come elemento di creazione di civiltà, della necessità di sottrarre il Paese a condizioni di arretratezza attraverso un processo di industrializzazione, della fisionomia più «ellenica» che «latina» dei portoghesi («capaci, come i greci, di ottenere la proporzione solo fuori dalla legge, nella libertà, nell’ansia, liberi dalla pressione dello Stato e della Società»). Pessoa insisteva anche sulla necessità di formare una classe dirigente – non provinciale – di uomini cólti, non eruditi, e di costruire originalmente, seguendo esigenze e utilizzando energie e risorse nazionali («Abbiamo plagiato il fascismo e l’hitlerismo... vergogna di essere incoscienti, come il bambino che imita senza esitazione. Non ci siamo accorti che il fascismo e l’hitlerismo, nella loro essenza, non hanno alcunché di nuovo, probabilmente nulla di utilizzabile, in termini ideali»). Il provincialismo e la subalternità a dottrine straniere avrebbero dovuto essere combattuti pure sul fronte della poesia, dove gli scrittori si sarebbero dovuti dotare di «ironia emotiva», «sottigliezza passionale», «contraddizione nel sentimento». L’«incapacità di ironia» è tra i più forti sintomi del provincialismo, scrive Pessoa: perché l’ironia si realizzi «si esige un dominio assoluto dell’espressione, prodotto di una cultura intesa». La diagnosi di Pessoa porta, dunque, a discutere di valori sui quali si fonda l’essenza stessa del lavoro dello scrittore, la sua poetica, il ruolo da lui attribuito alla poesia nella formazione di una civiltà, di una nazione. Il discorso di Pessoa si rivelava di ampie prospettive. In un’intervista «sull’arte e letteratura portoghesi» del 1932, Pessoa precisava che il «regionalismo è una grossa degenerazione del nazionalismo ed il nazionalismo anche […] Amare la nostra terra non significa adorare il nostro giardino[ …] Il mio giardino a Lisbona è al contempo a Lisbona, in Portogallo e in Europa». Pessoa europeo e patriottico, legato profondamente alla migliore tradizione portoghese ma anche a un quadro in movimento, afferma la necessità di pervenire a un momento creativo superiore al quale si può arrivare attraverso la «distanza», la «memoria», l’«immaginazione», l’appropriazione di una verità, di «tutti i credo» fondendoli «portoghesemente» in una sorta di totalità superiore. Una sorta di sintesi superiore in cui sussumere le diversità, le nostre facce identitarie diverse, le nostre personalità distinte (come gli eteronimi pessoani) da ricomporre in unità.
Sul Portogallo di Fernando Pessoa - Diabasis, pag. 164, euro 18,00

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