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Il testamento della signorina Amelia Gullì

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di Silvia Marutti

Da quando, in seguito a una furibonda lite causa una poco chiara eredità, il ramo della famiglia Gulli si era divaricato, il secondo aggiungendo un accento che lo distinguesse per sempre dal primo, la signorina Amelia Gullì aveva speso la sua lunga esistenza di ricamatrice zitella apostrofando i suoi interlocutori sulla pronuncia del suo cognome: «Gullì, per favore Gullì, non Gulli».
Ne aveva fatto una questione di principio persino nei confronti dei Presidenti di giuria alla consegna di alcuni premi letterari minori, sconosciuti ai più, ma che per lei avevano assunto nel tempo il valore di un Nobel.
Neppure don Calogero Pasquì (che pure doveva intendersene di accenti) nobile personaggio fra i pochi non ancora decaduti,  fu risparmiato per tale distrazione al momento del ritiro del corredo della figlia prediletta che andava sposa a un notabile della città. Sebbene don Calogero avesse appoggiato sulla consolle dell’ingresso una busta rigonfia di grossi biglietti da centomila lire (che avrebbero assicurato alla signorina Amelia Gullì una certa agiatezza) sulla soglia dell’uscio al momento dei saluti e del baciamano venne redarguito sull’uso dell’accento.
Ora che i trentadue chilogrammi della signorina Amelia Gullì giacevano sul letto di un ospizio dal nome profetico «Verso la serenità», lei ripensava a quel puntiglio, sorrideva e un poco si rammaricava di aver provocato imbarazzo a tante persone che in buona fede non ponevano l’accento sulla «i» del suo cognome.
Quella domenica, come tutte le domeniche da quando era approdata alla casa di riposo (ma da quando?), la signorina Amelia Gullì si era svegliata con il suono della campanella della Cappella, con cui confinava la sua stanza, che  annunciava la Messa festiva.
Adagiata sopra un modernissimo materasso antidecubito ad aria il cui meccanismo era misteriosamente alimentato da una lucina rossa intermittente, la signorina Amelia Gullì, a intervalli regolari, scendeva e saliva nel letto, pur senza muoversi, seguendo il respiro artificiale del materasso.
Due robuste sponde di metallo cromato la custodivano per impedirne la caduta dal letto evento assai improbabile dato che la signorina Amelia Gullì era da tempo immobilizzata in seguito ad una tetra paresi.
A vederla così quasi completamente rannicchiata in posizione che pareva di difesa ricordava un grande neonato raggrinzito.
Al collo un elastico bianco sorreggeva un tovagliolo che raccoglieva la parte di frullati che non riusciva a deglutire mentre, sotto le lenzuola, un pannolone raccoglieva il frullato ingerito alla fine del suo breve percorso.
La finestra della sua stanza si affacciava sopra un cortile interno invaso da possenti oleandri multicolori di cui la signorina Amelia Gullì scorgeva le cime fiorite attraverso le sbarre delle inferriate poste al di là del vetro per scoraggiare eventuali velleità di trapassi spontanei  da parte di ospiti che si erano stancati di aspettare non so cosa o non so chi agli ordini di giovani infermiere che invadevano  la loro intimità con una professionalità tanto eccellente quanto impudica.
La porta quasi sempre chiusa, le sbarre alla finestra, le sponde del letto, avevano portato lentamente la signorina Amelia Gullì alla convinzione di trovarsi in carcere senza conoscere la pena che doveva scontare.
Vuoi vedere, si chiese quella domenica mattina, che la causa di tutto questo era proprio quell’accento su cui si era tanto accanita?
Ci pensò un po’ troppo la signorina Amelia Gullì e si agitò di conseguenza troppo tanto che il suo cuore esibì una raffica di tonfi e risalite che la lasciavano disorientata.
Il monitor cui era sempre collegata emetteva fischi sempre più insistenti mentre l’infermiera di turno si precipitava nella stanza.
«Signorina Gulli, signorina Gulli, mi sente?»  chiedeva tastandole il polso già quasi inesistente.
Si può dire che la signorina Amelia Gullì fosse già lontana da quel letto ma, lasciando interdetta l’infermiera, si riservò un ultimo momento di fiato per quella sua interlocutrice che così accoratamente la chiamava: «Benedetta ragazza, Gullì per favore, Gullì e non Gulli».
Poi in segno di rispetto il monitor smise di fischiare sull’eco degli ultimi rintocchi della campanella della Chiesa.
Nel cassetto del comodino fu rinvenuta una busta ingiallita dal tempo dove sopra un foglio di quaderno la signorina Amelia Gullì, con la sua calligrafia obliqua e lieve, aveva redatto il suo testamento: «Perché si sappia da qui all’eternità che non Gulli ma Gullì è stata Amelia, Signor marmista a lei mi raccomando: incida a fondo l’accento sopra il marmo».

 

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