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Poesia

Dino Campana: viaggio folle dell'anima

Centesimo anniversario della pubblicazione dei "Canti orfici". Dolore, natura, inquietudine: versi di innovativa potenza lirica

Dino Campana
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Nel luglio del 1914 appariva un libro di poesia che è diventato leggendario. Appariva a Firenze, culla della civiltà letteraria italiana di quegli anni, la città de «La Voce», di «Lacerba», dei Futuristi della prima e della second'ora, quelli che Boccioni e Marinetti celebravano e che Papini, invece, cominciava a biasimare perché a suo giudizio distruggevano senza aver la forza di costruire del nuovo in pittura e in poesia. Appariva a Firenze un libro e il suo autore: «Canti orfici» e Dino Campana. La leggenda cominciò così: «Un mattino d'inverno del 1913, io e Papini andavamo alla tipografia Vallecchi in via Nazionale dove si stampava Lacerba per dare un'ultima occhiata alla composizione e all'impaginazione - non sempre gradevole - della rivista. Prima ancora che fossimo entrati nello sgabuzzino a vetri che faceva da sala di redazione per noi e insieme da ufficio direttoriale dell'amico editore, questi ci venne incontro sin sulla porta e c'indicò un individuo seduto sur un canapé nero di tela cerata nel corridoio il quale - ci disse - era poc'anzi venuto e desiderava di parlarci. La persona in parola, che intanto s'era alzata in piedi e ci guardava, era un uomo giovane, di una venticinquina d'anni, tarchiato, con capelli e barba di un biondo acceso, la faccia piena e di colore roseo, illuminata da un paio d'occhi celesti, che esprimeva a un tempo sincerità e timidezza, come quelli di certi bambini o di gente campagnola, cui quella di città mette soggezione». Il racconto che andiamo trascrivendo è tratto dai «Ricordi di vita artistica e letteraria» di Ardengo Soffici, che dopo questo quasi misterioso inizio, continua a narrarci del poeta marradese che era venuto a piedi apposta dal suo paese per conoscere i già famosi poeti di «Lacerba» e consegnare loro le sue poesie. Si sa poi come andò. Il manoscritto, molto apprezzato peraltro, fece il giro delle case di Soffici, Palazzeschi e Papini, fu letto e riletto, ma travolto dalla gran quantità di carta e di manoscritti di quei luoghi, vi finì sepolto e dimenticato. «Verso la primavera del quattordici - narra Soffici - ricevetti da Marradi una sua lettera con la quale mi richiedeva il manoscritto, di cui mi diceva non aver altra copia». Soffici rovistò dappertutto, ma non rinvenne nulla. Un giorno, Soffici scopre in una libreria una copia dei «Canti orfici» e ne scrive entusiasta a Dino. Che improvvisamente ricompare a Firenze come un invasato fermandosi ai tavoli dei caffè per offrire in vendita il suo prodotto. Alcuni l'accettano, altri lo rifiutano. A chi lo acquista, Dino toglie dal volume le poesie che secondo lui l'acquirente non può capire, e a certuni sbigottiti e increduli consegna solo le copertine, maledicendo i vecchi amici lacerbiani che gli avevano perso il manoscritto costringendolo a riscriverlo a memoria. Solo nel '73 questo manoscritto riaffiorerà dagli archivi sofficiani col suo primo titolo «Il più lungo giorno» e verrà pubblicato da Enrico Falqui. Questo «Canti orfici» dedicato «A Guglielmo II Imperatore dei Germani» si pone a radici di molta poesia italiana novecentesca per diretta derivazione o per contrasto come vide subito, e lucidamente, Giuseppe De Robertis. Campana era nato nell'85 a Marradi e finirà i suoi giorni infelici nell'ospedale psichiatrico di Castel Pulci nel marzo del '32 dover era internato dal 1918. Vita errabonda, la sua, sempre tesa ad una impossibile speranza. Amò disperatamente Sibilla Aleramo, ne fu ricambiato ma anche rifiutato per le sue insistenze e intemperanze, e girò il mondo (Buenos Aires, Anversa, Parigi, Odessa) fino a quando la salute mentale lo sorresse. La poesia fu e rimane, anche oggi per noi, la sua ragione di vita, e costruì una storia che conserva il senso di una voce inimitabile, la lotta contro il silenzio e gli slanci di equilibri precari ma allo stesso tempo fascinosi, quella che fu definita la visionarietà di Campana. I «Canti orfici» cioè i canti dedicati all'orfismo della parola iniziatica e mitica, quasi religiosamente divisa, come nelle avventure di Orfeo, tra anima e corpo, sono formati da prose liriche e da veri e propri testi in versi. L'inizio è famoso: «La Notte», con il terrore della vecchia città «arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido», ma in seguito la narrazione si scompone ed ecco affacciarsi «inconsciamente colui che io ero stato avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell'adolescenza», e poi «La Chimera», «Il canto della tenebra», «L'invetriata» con la sua «piaga rossa languente», e «La sera di fiera» e «La petite promenade du poéte»: tutti i temi che Campana medita e rimedita lungo l'arco di un viaggio apparentemente segreto ma in realtà quasi sempre legato a certi luoghi (il Falterona, per esempio, o La Verna) dove la contemplazione della natura diventa una croce che «apre le braccia ai vastissimi fianchi della Falterona, spoglia di macchie, che scopre la sua costruttura sassosa. Con una fiamma pallida e fulva bruciano le erbe del camposanto». Questa poesia - che pure è carica di vaneggianti echi francesi e italiani, da Nerval e Corbiére a D'Annunzio - non assomiglia a nessun altro testo italiano di quegli anni. E' l'esito semmai di una follia tutta campaniana al modo stesso con cui il poeta narrò di certi viaggi non fatti, dei mesi trascorsi come allievo ufficiale all'Accademia militare di Modena, della carcerazione a Parma: le sue «imprese» e le sue condanne o autocondanne che non umiliano la poesia, ma che anzi la celebrano sempre oltre la beffa degli anni e della morte.

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