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Ragazzo nel buio in cerca di luce

Ragazzo nel buio in cerca di luce
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di Francesco Mannoni

Con il piazzamento a sorpresa in seconda posizione nella cinquina del Premio Strega del romanzo del giornalista Massimo Lugli, si può dire che il genere noir fa il suo ingresso ufficiale nel Pantheon della letteratura. «L’istinto del lupo» (Newton Compton, pagine 334, euro 9,90) è un giallo, un thriller avvincente dove nessuna delle regole canoniche del genere è assente: omicidi, prepotenze, miserie umane, stupri e rapine si rincorrono in pagine sapientemente articolate tanto da creare l’impressione di un montaggio cinematografico dove la fulmineità dell’evento cristallizza l’istante - fotogramma di un travolgente modo di esistere. Prima di questo, Massimo Lugli aveva scritto altri due romanzi, uno dei quali intitolato «La legge del lupo solitario», in cui raccontava un personaggio adulto in maniera dura, feroce, è l'antecedente de «L'istinto del lupo». «In questo - dice - mi occupo principalmente della formazione del mio protagonista da ragazzo. Descrivo l’evoluzione della sua personalità, che può essere anche negativa, e il libro finisce con una specie di battesimo: lui che si immerge nell’acqua e strappa i documenti». La vicenda che si svolge negli anni settanta è scioccante per più ragioni. Lapo cresce notando l’impressionante divario tra ricchi e poveri, il marciume umano e la tracotanza del potere tra baraccati violenti e ambizioni smisurate in una realtà metropolitana spietata in cui la vita ha valenze diverse. Lapo si trova al centro di questi contrasti e sceglie di cambiare, vivere inseguendo il suo istinto che sciama dal romanticismo nero alle inquietudini di una generazione che a colpi di chiave inglese sembra anticipare il dramma del terrorismo. Ed è in questa presa di coscienza che sente crescergli dentro il lupo di una forza demoniaca che attraverso gli orgogli e le sfide perdute della vita mira alla vendetta e al riscatto. «Nel libro ci sono alcuni riferimenti autobiografici -  dice Lugli -, per quanto riguarda l’infanzia e l’adolescenza di Lapo: ho piluccato qua e là nei miei ricordi, e nella trama ci sono parecchi riferimenti alla mia esperienza di 35 anni di giornalista di cronaca nera. Però essenzialmente è un’opera di fantasia. Ho scartato a priori un romanzo di cronaca anche se la stessa mi ha fornito parecchie idee. Il protagonista è totalmente inventato, e prende spunto da una quantità infinita di personaggi che ho incontrato nelle mie frequentazioni di strada come cronista».
Il disagio del ragazzo, rispecchia in qualche modo il disagio della gioventù attuale?
«Sì, c'è il bullismo, c'è il silenzio della complicità, ma secondo me queste cose, anche se si chiamavano in modo diverso, esistevano già un milione di anni fa, quando io avevo l’età di Lapo. Penso che la solitudine, il non dialogo, l’assenza di punti di riferimento coincidano sempre con la mancanza, l’assenza di chi sappia ascoltare e capire i molti problemi giovanili».
Ma perché oggi i disagi dei giovani sono all’ordine del giorno?
«Prima prendere uno schiaffo dalla maestra o da un compagno era una cosa che rientrava nell’assoluta normalità: oggi i bambini sono di vetro in qualche modo. In realtà allora erano cattivi contro i disabili e contro i diversi. Alcuni miei compagni di classe erano delle belve, tanto che dovevo difendermi con le unghie e coi denti. Molto probabilmente i genitori sono diventati più sensibili a certe cose, ma lo stesso uso della violenza fra ragazzi era normale ai miei tempi. E non è che io sia vissuto nei bassifondi: vengo da una famiglia borghese, come quella del signorino Lapo».
Ma Lapo ad un certo punto diventa un lupo. Questa trasformazione su cosa incide principalmente?
«Incide sul fatto che lui cerca un maestro e lo trova in Tamoa che è il suo mentore. Alle volte noi incontriamo delle figure, magari bislacche, che però diventano fondamentali nella nostra vita. Io pratico le arti marziali da quand’ero bambino, e il mio maestro è stato per me uno che mi ha dato un indirizzo nella vita. Lapo trova nel suo mentore la svolta della sua vita. Dietro le scelte di Lapo c'è il fallimento della famiglia».
Perché e in che cosa ha fallito la famiglia?
«Perché la famiglia ha fallito bisognerebbe chiederlo a un sociologo più che a un giallista, ma penso che ora come allora ci sia alla base di tutto la mancanza di dialogo. Allora noi ragazzi non vivevamo attaccati alla tv o al computer, bene o male si tornava a pranzo a casa, c'erano i pasti che come descrivo nel romanzo erano momenti di aggregazione. Adesso questo succede raramente. C'è uno sparpagliamento generale dentro la famiglia. Io non ho figli e non ho molto titolo per parlare di queste cose, ma i ragazzi vedono che i genitori sono distratti dal lavoro, dall’ambizione, dalla vita sociale, dalla carriera e non hanno molto tempo per parlare con i figli».
Il contorno di personaggi che agisce attorno a Lapo è desunto dalla realtà?
«Assolutamente sì. Ce ne sono alcuni che sono presi dal giro abituale dei luoghi che frequento per lavoro. Il saggio Tamoa, Parvati la straordinaria fanciulla, Sugo che ha qualcosa di ripugnante, Giobbe, talmente buono, Girandola e altri così li ho visti e così li ho raccontati; altri personaggi fanno riferimento alla mitologia cinese, e tutti i nomi cinesi li ho inseriti perché da molti anni mi interesso di Taoismo. Di alcuni personaggi mi sono divertito a fare non dico delle macchiette, ma dei caratteri, delle figure che rispecchiano un aspetto della personalità umana».
Da cosa nasce il suo interesse per il taoismo?
«Io parto dalle arti marziali e arrivo al taoismo che ha la bellezza dell’imperturbabilità e richiede uno studio continuo. L'insegnamento taoista è circolare e non verticale come siamo abituati noi, ed è un insegnamento che non finisce mai: non ha un inizio e non ha una fine. Praticandolo lo devi seguire per tutta la vita con assoluta umiltà. E' una prova della perseveranza e dell’automiglioramento continuo senza mai porsi un traguardo, come avviene anche in altre discipline marziali come il karate in cui ci sono gradi e cinture. Nel taoismo non c'è nulla: solo la pratica».
L’istinto del lupo
Newton Compton, pag. 334, 9,90

 

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