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Intervista

Diocleziano, ordine e stabilità

Parla Umberto Roberto, autore di un saggio sull'imperatore romano: «Contro l'inflazione promulgò l'Editto dei prezzi: alla base del provvedimento ragioni etiche e religiose di giustizia». Lo studioso è docente di storia romana all'università europea di Roma

Diocleziano, ordine e stabilità

L'imperatore Diocleziano

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Dopo la grande crisi che nel corso del III secolo aveva scosso dalle fondamenta la possente costruzione dell’impero romano, fu la ferrea volontà di ordine e di stabilità di Diocleziano a salvare l’unità dello Stato. Ciò grazie anche all’istituzione della tetrarchia, la suddivisione del potere fra due Augusti (Diocleziano per l’Oriente e Massimiano, dal 286 per l’Occidente) alle dipendenze dei quali l’imperatore pose due Cesari (dal 293), rispettivamente Galerio e Costanzo Cloro, con diritto di successione dei rispettivi Augusti. Il «Diocleziano» di Umberto Roberto, professore di Storia romana presso l’Università Europea di Roma, apre nuovi orizzonti interpretativi sulla figura carismatica del sovrano dalmata, illuminandone - alla luce della sua profonda religiosità romana - la politica riformatrice e al contempo tradizionalista. Assistiamo allo sviluppo della personalità di questo soldato semplice che giunge a conquistare il potere con l’uso di mezzi spietati; combatte per un ventennio una guerra continua contro i nemici dell’impero, i barbari alle frontiere e i ribelli all’interno; schiude una nuova era con la tetrarchia; abdica in cerca di silenzio nel 306; muore nell’oblio e nel crollo del suo sistema nel 313.
Professor Roberto, per restituire stabilità economica all’impero, Diocleziano promulgò l’Editto dei prezzi. Quali ne erano le finalità e quali i risultati?
L’editto dei prezzi (301) fu uno dei provvedimenti concepiti per salvare la circolazione della moneta nell’impero. Il segno più evidente della crisi del sistema monetario era la crescita senza controllo dell’inflazione. L’imperatore pensò di arrestare questo fenomeno ricorrendo a una sorta di gigantesco calmiere che stabilisse per legge i prezzi massimi di beni e servizi. I legislatori dell’epoca ignoravano la duttile natura dei fenomeni economici che tendono ad aggirare le imposizioni normative. L’editto nelle province si rivelò una misura-tampone di scarsa efficacia.
Lei afferma che la matrice dell’Editto fu religiosa. Perché?
Nel mondo antico non esisteva una scienza economica, secondo i nostri parametri. Alla radice dell’editto v’è la necessità di combattere un fenomeno odioso, l’inflazione spaventosa dei prezzi. Ma l’ispirazione del provvedimento e gli strumenti d’azione rimandano piuttosto alla sfera della religione e dell’etica. Nel prologo all’Editto, Diocleziano parte da una intollerabile constatazione: l’avidità e la malvagità di pochi speculatori e affaristi spingeva masse crescenti di sudditi alla povertà. La radice religiosa dell’editto è nei motivi dell’intervento imperiale: Diocleziano e i suoi colleghi, per volontà divina, si sentivano «padri del genere umano», e rispondevano dunque dell’ordine e della felicità del mondo loro affidato. La loro decisione, terribile e irrevocabile, doveva restituire giustizia. L’inflazione era il segno di un comportamento distorto che andava punito con rigore. Gli imperatori, intermediari tra umano e divino e custodi della tradizione dovevano assolvere questa missione per rispetto delle divinità.
Perché la tetrarchia fu un capolavoro politico?
Fu il frutto di anni di esperienza ai più alti livelli del potere; dell’ascolto ragionato del consiglio di giuristi ed esperti dei meccanismi del potere; del rispetto della più antica tradizione politica. Tra i segni più dolorosi della crisi del terzo secolo, v’era stata l’anarchia. I successi e le speranze degli imperatori, anche di quelli più validi, erano sovente svaniti per una rivolta militare o una congiura. Occorreva rimediare. Nella visione di Diocleziano, il rafforzamento del potere imperiale doveva realizzarsi recuperando gli strumenti più efficaci della tradizione politica romana: collegialità della carica, due Augusti e due Cesari; scelta del migliore, soldati capaci e fedeli disposti alla fatica e alla disciplina; introduzione di un criterio certo di successione all’interno del collegio, dunque di una durata prefissata della carica di imperatore, dieci anni da Cesare e dieci anni da Augusto. Il culto della tradizione giustifica questa nuova visione dell’imperatore che sembra molto più vicina ai magistrati supremi dell’antica repubblica, consoli e dittatori.
Quali furono le basi giuridiche della persecuzione contro i cristiani iniziata a Nicomedia all’alba del 23 febbraio 303?
I cristiani erano da sempre fuorilegge nel sistema religioso, e dunque politico, romano. Anche se i Romani praticavano un politeismo molto aperto all’introduzione di nuovi culti, la religione cristiana fu sempre considerata non lecita, perché estranea alla tradizione e al sistema di valori dell’impero. Questa estraneità fu la base giuridica della persecuzione; e la ragione del consenso all’iniziativa dei tetrarchi. Dopo aver sconfitto i barbari alle frontiere, Diocleziano sentì come impegno irrevocabile la battaglia contro i nemici interni dell’impero. Nella sua concezione non si trattò solo di una misura d’ordine per garantire la pace.
Quale la ragione-principe della persecuzione?
L’imperatore aveva compreso che nel tempo il vescovo avrebbe potuto rivaleggiare con il governatore come punto di riferimento per le comunità. Avviò la sua battaglia il giorno dei «terminalia» (23 febbraio), invocando la protezione di «Terminus», dio del confine, garante della stabilità delle cose.
Dopo di lui Costantino, il suo «Alter Ego». La storia, come sempre, la fanno i vincitori?
Sì, ma i valori di base di Diocleziano sono altissimi; sono quelli della più pura tradizione romana. Ecco perché egli ha suscitato tanto interesse a partire dall’età dell’Illuminismo; e nel pubblico degli specialisti si è ripreso il rispetto che merita.

Diocleziano
di Umberto Roberto
Salerno editore, pag. 387, € 24,00

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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