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Mistero del segno e del colore

Arte informale, la corrente stilistica che rivoluzionò la pittura mondiale negli anni '50 e '60. Nella collezione Reverberi capolavori di Francis, Vedova, Dorazio, Tancredi e altri maestri. Opere ad Aosta fino al 26 ottobre

Mistero del segno e del colore

Un'opera di Sam Francis

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La seconda guerra mondiale coi suoi orrori, le sue distruzioni, le sue violenze ha provocato una crisi profonda nelle coscienze sradicando certezze codificate da secoli. E la ripercussione vi è stata anche nel campo dell’arte con la messa in discussione dei presupposti teorici e metodologici che caratterizzavano le ricerche sulla visione del mondo, da quelle razionali a quelle surreali. Il crollo di ogni certezza ha fatto sorgere in molti artisti una nuova coscienza del reale dove l’individuo si è sentito solo per cui la sua opera diventava un momento creativo unico, irripetibile, non più legato a visioni progettuali di gruppo.
Da qui è nato l’informale, termine usato per la prima volta dal critico Michel Tapié per una mostra a Parigi nel 1951: informale non significa senza forma bensì senza una forma codificata; un’opera che ci chiama «a entrare in uno stato di estasi o di demenza». E l’informale prenderà in Europa varie declinazioni dal «tachisme» all’espressionismo astratto, al minimalismo, allo spazialismo, all’«abstrationlyrique»: un periodo di grande effervescenza che ha caratterizzato soprattutto gli anni Cinquanta e Sessanta con diramazioni successive. L’arte informale, così rivoluzionaria e intensa, ha «folgorato» Gian Piero Reverberi, musicista, arrangiatore, produttore, al quale sono legati molti dei maggiori successi di cantautori italiani come Paoli, Tenco, De André, Battisti, Dalla. Accanto alla musica Reverberi ha coltivato un’altra passione, quella per l’arte informale diventando uno dei maggiori collezionisti italiani. E per la prima volta le sue opere vengono esposte al pubblico in una sorprendente mostra allestita ad Aosta (fino al 26 ottobre) al Museo Archeologico Nazionale, intitolata «Una Stagione Informale. Capolavori della Collezione Reverberi». L’hanno curata Beatrice Buscaroli e Bruno Bandini – cui si deve pure il catalogo bilingue della Silvana Editoriale – che hanno scelto novanta opere, raccolte nel giro di tre decenni, che illustrano in modo significativo il vivace e variegato panorama europeo. Uno dei primi astri dell’informale è stato Jean Fautrier, qui con «Squares of coulour», in cui esprime un’alta sensibilità nel trattare la materia esaltandone la corposità tattile. Vicino a lui un precursore dell’informale segnico, Hans Hatung che coi suoi semplici segni crea una dimensione spaziale di assoluta libertà. Nel 1948 è nato il gruppo Co.Br.A in cui la figura viene esasperata in termini espressionistici con una forte carica cromatica, come possiamo osservare nella «Bataille d’animaux» di Karl Apple, nei vaganti personaggi di Corneille e in quelli angosciosi di Jorn. In Italia l’informale materico ha trovato un esponente di statura mondiale in Alberto Burri con opere altamente drammatiche create con sacchi strappati grondanti rosso vivo e con le combustioni (qui una del 1964) cariche di intensità organica. Alle prime mostre dei pittori nucleari (1951) ha partecipato Gianni Bertini presente con una significativa «Esplosione».
Tra i protagonisti del gruppo degli Otto, invece, troviamo Afro col suo linguaggio raffinato (Figura distesa 1954) e poi influenzato da De Kooning (Lost and found 1958). Sono diversi gli esponenti dell’Action painting ai quali hanno guardato gli europei e un esempio viene fornito da Sam Francis, di cui sono esposte due tele distanti nel tempo ma caratterizzate da una singolare leggerezza segnica che raffina i diversi gradi del cromatismo. L’elenco rischia di diventare lungo per il numero cospicuo di artisti.
Non si possono dimenticare personaggi come Vedova, che coinvolge lo spettatore aggredendo lo spazio con una energica azione segnica; Mattia Moreni, con le sue visioni allucinate (Nuvole piriche); Pinot Gallizio anche lui impegnato a far prevalere l’immaginazione più accesa contro la razionalità efficientista.
Ed ancora Tancredi, poeta raffinatissimo che ci ha lasciati troppo presto; Santomaso con l’impeto del felice cromatismo veneziano; Dorazio con le sue ricercate trame grafiche.
Piero Manzoni, uno dei protagonisti dell’arte concettuale, qui ha un’opera del periodo precedente, contrassegnata da un espressionismo astratto.
La seconda parte della mostra è dedicata agli artisti degli ultimi decenni che si sono richiamati all’informale come Piero Ruggeri, Claudio Olivieri, Hubert Scheibl, Hermann Nitsch, Penk. Questi nomi indicano la varietà e la diversità degli artisti presentati.
«Non è facile – rivendica con legittimo orgoglio Gian Piero Reverberi - vedere riuniti in uno stesso spazio stili, tecniche, materiali e forme di espressione di varie nazionalità, gruppi, metodi e filosofie di lavoro così diversi fra loro. Nel suo piccolo questa collezione mette a confronto gli artisti europei coi giapponesi e gli americani – i Forma 1 con i CoBrA, i Gutai, gli Otto e gli Zero - la ricerca di materiali alternativi con la filosofia zen, artisti ormai storicizzati con giovani non ancora inseriti nel grande mercato».

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