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Antonio Pascale: Insonnia volto inquieto della notte

Antonio Pascale

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L'incipit è surreale: «Questo non è un romanzo ma un giro in bicicletta, Sottotitolo: riflessioni filosofiche quotidiane». Lo svolgimento è complesso, l’ironia frusciante, la sottigliezza arguta, il sentimento latente, humour alle stelle. E intendo humour campano di matrice casertana, quella del maschio sciupa femmine che vorrebbe fare di tutte le donne un boccone, anche quando si tratta di un padre di famiglia inguaiato tra figli e lavoro che se non può espletare fantastica e poiché soffre d’insonnia, ricorre alla bicicletta per superare le crisi notturne con gli occhi sbarrati nel buio. Come l’autore Antonio Pascale, si chiama Antonio anche il protagonista di «Le attenuanti sentimentali» (Einaudi, pag. 232, 19,50) romanzo finalista al Premio Viareggio che racconta un personaggio polemico e nevrotico, assillato e borbottante come una caffettiera, contrario a tutti i fanatismi ecologici per i quali il mondo si sta suicidando. Il quadro di questo creativo, infaticabile romanziere mancato, giocatore di basket mancato, musicista mancato che decide di girare un documentario sui sentimenti «che mischi neuroscienza, biologia evolutiva e psicologia», e una sorta di chimica impazzita che dovrebbe redimere la natura e i sentimenti.
Poeta e scienziato nello stesso tempo, Antonio è l’esempio classico dello scontento che cerca in una vita parallela l’esistenza sognata. Ma che uomo è veramente Antonio?
Il protagonista, uno scrittore insonne da tanti anni, mi assomiglia. L’insonnia ha una particolarità: tutti i pensieri durante la notte vengono a galla con lo stesso grado di importanza. Se si stacca un bottone dalla camicia, in quel momento ha la stessa importanza del surriscaldamento globale. L’insonnia è una condizione molto moderna, perché l’uomo del nostro tempo è attraversato da centomila pensieri al secondo. Il suo dramma è creare un ordinamento e un orientamento ma il mio protagonista non riesce a ordinare la massa dei suoi pensieri in un romanzo tradizionale, non ce la fa. Accadimenti e protagonisti in sequenza non gli vengono più e allora si lascia andare al caso.
Un pretesto per raccontare una sorta di esistenza deformata dal caos?
Forse. Il romanzo ha bisogno di una trama e di un ordine. Cerco delle regole particolari che mi assomiglino perché lo scrittore pieno di pensieri caotici a un certo punto si rende conto che l’unico modo che ha per raccontare la sua storia è trovare dei sentimenti primordiali.
I sentimenti primordiali in che cosa li identifichiamo?
Questo è il problema. Lui pensava di avere una matrice ma si rende conto strada facendo che sono cambiati i sentimenti perché sono cambiati i ruoli sociali. Soprattutto è cambiato il ruolo femminile. Oggi le donne hanno delle ambizioni fuori ruolo che prima non potevano avere e sono molto più indipendenti. E i maschi si prendono paura, scappano. Il protagonista indaga su questi nuovi rapporti calcolando costi e benefici in una storia comica, un po’ fantozziana.
E l’Italia degli uomini duri e forti, il popolo dei santi, dei poeti e dei navigatori, che fine ha fatto?
Credo che l’Italia, al momento, sotto questo punto di vista, abbia un deficit molto forte. Il popolo di santi, poeti e navigatori, in realtà è un popolo di scienziati. Fino agli anni sessanta era un paese di intelligentissimi studiosi e ricercatori, molti laboratori erano aperti, e poi si è perduta.
Perché?
Complici un sacco di fattori, ma fa tristezza vedere come il metodo scientifico si è spento in Italia per colpa di alcune persone. Io so chi sono queste persone (non dirò i nomi) ma vanno contestate. Generalmente è la sinistra che è diventata da progressista molto reazionaria. La sinistra ama soltanto la tradizione, e io sono diventato di sinistra perché detestavo la tradizione e a Caserta c’erano i neo borbonici.
All’improvviso, la sinistra ha cominciato a rimpiangere. Non c’è un commentatore che non pianga i tempi passati. Questo perché in realtà siamo una popolazione vecchia. Fra qualche anno l’età media degli italiani sarà di 48 anni, E a 48 anni che vogliamo fare? Rinnovare? No, hai già detto basta e stai coltivando il tuo orticello. L’età media degli indiani invece è di 22 anni. Un popolo giovanissimo e sono tutti matematici e fisici. E noi tiriamo i remi in barca, valorizziamo i prodotti tipici, siamo carini, ci diamo le pacche sulle spalle ci difendiamo, gli altri sono cattivi e noi siamo buoni. Ecco tutto questo mi sembra che non rispetti le potenzialità di un paese. 

Le attenuanti sentimentali
di Antonio Pascale - Einaudi, pag. 232, 19,50

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