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Premio Pen, un grido d'allarme

Premio Pen, un grido d'allarme
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di Edmondo Forcelli

Compiano, per il diciannovesimo anno sarà, il prossimo 5 settembre, teatro del prestigioso Premio Pen di cui è responsabile Lucio Lami, presidente onorario del Pen Club Italiano.
In un'annata caratterizzata dallo scandalo del premio  Grinzane Cavour, il  Pen ha risentito della crisi di «Premiopoli»?
«Di “premiopoli” no. Anzi, anche se nessuno lo dice, il Pen fa da modello ai molti che invocano provvedimenti moralizzatori per molti premi. Abbiamo invece risentito drammaticamente della crisi economica. Rimasti di punto in bianco senza il nostro sponsor (la Fondazione Cariparma), ai primi di giugno, malgrado un parziale soccorso della stessa Banca, mi accingevo a sospendere l’edizione di quest’anno per mancanza di mezzi. Se il Premio è sopravvissuto, lo dobbiamo ad alcuni fedelissimi amici del Pen e al nuovo sindaco di Compiano, la giovane Sabina Delnevo, che ha sfoderato doti manageriali  sorprendenti. Ma il prossimo anno saremo da capo e non intendo programmare un nuovo calvario».
Non c’è il pericolo che, di questi tempi, i premi letterari costino troppo?
«Dipende da come vengono organizzati. Noi abbiamo scelto Compiano, la cui bellezza paesaggistica è straordinariamente invitante, ma che si presta al risparmio, visto che gli alberghi della zona costano un decimo rispetto a quelli delle grandi città, che tanto piacciono, comprensibilmente, agli ospiti di premiopoli. Il Pen si avvale di  sponsor e, nei suoi diciannove anni di vita, è costato un sesto di quanto spendeva il Grinzane in un solo anno. Certo, possiamo offrire solo un ambiente bucolico e il piacere di incontrare decine di scrittori nostri soci. Per far venire i giornalisti dei grandi media, invece, dobbiamo faticare: non possiamo offrire loro gite promozionali gratuite in altri continenti…com’è accaduto altrove. Del resto, anche potendo, considereremmo poco dignitoso pasturarli. Ci chiamano l’antipremio perché sanno che la trasparenza è stato sempre il nostro contrassegno morale, non solo verbale. Ma oggi, il discorso deontologico non ha seguaci».
Questo vale anche per la scelta dei vincitori?
«Certo. Oggi il Pen ha circa 350 soci, tutti scrittori. A loro chiediamo di votare due volte, prima per stabilire la cinquina, poi per scegliere il vincitore. Il voto è anonimo, le buste le apre il notaio, in piazza, davanti al pubblico. Io stesso non so chi vincerà, fino a quel momento. Il grande mercato degli editori è tenuto fuori. E’ questa serietà, funzionale alla ricerca del merito letterario e non del “mercato”, che piace ai candidati che sono sempre presenti. Se vincono, sanno che l’alloro gli viene dai colleghi, non dal Paperone che gli procura il premio a scopi promozionali. Certo, gli editori non stravedono per noi e i giornali, che sono spesso degli stessi editori, pubblicano paginate sugli scandali di premiopoli, ma poi fingono di ignorare che noi ne siamo fuori. Promuovono il gossip, non la moralizzazione: a un mese dalle clamorose denunce, corrono a tenere il bordone a coloro che hanno criticato. Ho scritto a “La Stampa” (molto prima del caso Grinzane) ponendo la questione morale dei Premi. Mi hanno risposto alla Bogart: “E’ il mercato, bellezza”. Insomma, molti media fanno parte integrante dell’equivoco premiopoli».
Non vi scoraggia questa situazione?
«Ci affatica, non ci scoraggia. Leggo le paginate sulle liti interne ai grandi premi e mi confermo che la nostra linea è quella giusta. Alla larga dal mercato: ci sono altri 1500 premi per alimentare il mercato. Noi cerchiamo di premiare il merito. Certo, per tenere questa posizione bisogna accettarne il prezzo. Facciamo fatica ad avere a Compiano i giornalisti “culturali”, quelli attratti dal clamore e dalla mondanità o arruolati dagli editori. Non produciamo scandali, che sono la materia prima di tante “terze pagine” degradate.. Non avendo patronati politici, non interessiamo a chi, anche coi premi letterari cerca voti. Forse per questo al Premio Pen non si è mai visto un ministro della cultura e neppure un assessore regionale alla cultura . E non parlo della televisione: visto che la diretta la procura solo l’onorevole... Premiamo gli scrittori di valore. E basta. Certo, ci piacerebbe che gli uomini delle istituzioni, pur nella loro atarassia culturale, capissero che il Premio Pen è comunque uno dei primi quattro in Italia, persino dal punto di vista promozionale (e fa del bene anche alle vendite). Che nella regione Emilia-Romagna siamo il fiore all’occhiello. Che da Compiano sono passati, per quasi vent’anni, i migliori scrittori italiani e anche i più noti artisti. Se capissero queste cose e il valore che ha la cultura in un Paese che ne è così carente, Compiano non dovrebbe ogni anno mendicare modeste elemosine dalle Istituzioni, costringendo noi, a nostra volta, a faticose questue e a meditare, di volta in volta,  il trasferimento del Premio in luoghi meno refrattari alla cultura».
Anche quest’anno avete un bellissima cinquina…
«Sì. Rivela i gusti un po’ sofisticati dei nostri votanti, ma è qualitativamente alta. Viviani è un grande poeta, Montefoschi è una gloria nazionale, Rodotà è un saggista raffinato, Soriga è un giovane vulcanico, la Loewental è una ebraista che fa discutere. Faremo cultura seria anche quest’anno. E pazienza se gli industriali veneziani hanno deciso da qualche tempo, poco cortesemente, di utilizzare per il Campiello la stessa data che noi rispettiamo da 19 anni: il primo sabato di settembre. Noi andiamo avanti egualmente, alla nostra maniera».

 

 

 

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