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Preghiere dipinte

Preghiere dipinte
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di Pier Paolo Mendogni

Le sue Madonne sono la sublimazione della tenerezza materna: una tenerezza che va oltre la pura sensorialità per attingere alle radici più profonde della spiritualità; così queste immagini hanno avuto una larghissima diffusione, magari attraverso discutibili stampe e «santini» che le hanno banalizzate in senso oleografico. A riportare l’attenzione della critica e del pubblico sul loro singolare autore, Giovan Battista Salvi (1609- 1685) più conosciuto come il Sassoferrato, viene ora in occasione del quarto centenario della nascita la sua prima mostra monografica allestita a Cesena nella Galleria Comunale d’Arte (fino al 25 ottobre) «Il Sassoferrato. Un preraffaellita tra i puristi del Seicento» curata da Massimo Pullini insieme al catalogo Medusa. Il Sassoferrato è stato un artista molto particolare in quanto pur vivendo a Roma nella stagione più fertile del barocco, che si esprimeva con trionfale magniloquenza, ha perseguito un suo linguaggio personalissimo che ha nel misticismo e nel silenzio raccolto della meditazione interiore i suoi costanti riferimenti. Nato nella cittadina marchigiana di Sassoferrato, da cui ha preso il nome, Giovan Battista Salvi ha imparato a disegnare e dipingere nella bottega del padre Tarquinio e a 21 anni ha eseguito degli affreschi nel monastero benedettino di San Pietro a Perugina. Il desiderio di perfezionarsi lo portava a trasferirsi a Roma dove la scuola del classicismo naturalistico bolognese si stava imponendo sul più crudo realismo caravaggesco ed il giovane marchigiano entrava nell’affermata bottega del Domenichino, che negli anni seguenti sarà spesso impegnato a Napoli. Il nuovo clima devozionale creatosi dopo il Concilio di Trento favoriva la produzione di immagini sacre particolarmente toccanti; il Sassoferrato prendeva come punti di riferimento il Reni e Raffaello, rifiutando le suggestioni di una facile teatralità, e sulla loro matrice classicista innestava il proprio sereno linguaggio ottenendo un grande successo sia come pittore di soggetti religiosi sia come ritrattista; si calcola che tra dipinti e disegni (la maggior parte di questi conservati a Windsor Castle) abbia lasciato trecento opere. La mostra di Cesena presenta una quarantina di lavori, 25 del Sassoferrato e gli altri di importanti esponenti del classicismo dell’epoca come Annibale Carracci, Reni, Guercino, Albani, Domenichino, l’Orbetto, Desubleo; nessuno di costoro, però, ha una pittura così «levigata», così «tornita» come il marchigiano che ha saputo creare immagini vive, palpitanti, ricche di misticismo, idealizzandole in un’atmosfera atemporale, fuori dal momento contingente della storia, icone eterne dello spirito. «Non vi è alcun movimento nelle figure del Sassoferrato»: tutto è fisso in una dimensione assoluta. Anche i colori usati sono pochi, sempre gli stessi, selezionati con cura: il perlaceo leggermente rosato delle carni, il bianco, il rosso e il blu degli abiti; il blu grazie all’impiego del lapislazzulo assume una varietà di toni e una brillantezza che incantano e nel contempo esaltano la figura di Maria. E l’azzurro puro, terso, immobile è stato scelto dall’artista come sfondo al proprio autoritratto che ci osserva con sguardo enigmatico e interrogativo, quasi volesse conoscere il nostro pensiero sulla sue opere, sulle Madonne-madre e Madonne in preghiera, due soggetti a lui particolarmente cari. Nella «Madonna col Bimbo» della Pinacoteca cesenate l’affettuosa, raccolta, intensissima armonia fra madre e figlio è ancor più esaltata dal contorno avvolgente dei morbidi panneggi che accentua il ruolo protettivo di Maria verso il Bimbo assopito; la luce dello sfondo degradante verso l’oscurità dà maggior risalto al sacro gruppo. Nella «Madonna » di Pesaro, invece, il Bimbo ha gli occhi aperti e il delicato rosa perlaceo della sua tenera carne si fonde con quello della Vergine con accenti di mirabile dolcezza. Maria con le mani giunte in preghiera ha diverse varianti: quella col capo avvolto dal manto blu oltremare ha lo sguardo triste della «mater dolorosa» perso nella visione delle future sofferenze del Cristo; quella che indossa il velo bianco ha gli occhi rapiti verso il cielo oppure semichiusi come per concentrarsi maggiormente nel silenzio interiore della preghiera. Una purezza mistica silenziosa, assoluta, che giustifica l’accostamento ai preraffaelliti, si ritrova nella «Sacra Famiglia» di Urbino, che emerge come per incanto dal buio fondale, e nel «San Giovanni Evangelista e un angelo adoranti il Crocifisso» in un paesaggio senza tempo.
Tra i ritratti particolare interesse riveste quello del parmigiano Monsignor Ottaviano Prati (1599-1659) vescovo di Bertinoro di cui due disegni preparatori sono a Windsor.Stimolante è il confronto con la «Vergine in preghiera» dell’ultimo Reni, il languido «Cristo benedicente il pane» di Carlo Dolci, la sensuale «Sibilla» del Guercino, la «metafisica» «Visione di Sant'Eustachio» del Ceresa, la luminosa tempera su carta di Annibale Carracci e tutte le altre opere scelte con cura e intelligenza.
 

 

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