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Con Capa tutte le guerre in un clic

Due mostre, una a Lucca, l'altra a Genova, celebrano il grande fotografo ungherese

foto di Robert Capa

Foto di Robert Capa: Il contadino siciliano con il soldato Usa

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Non è facile stare sempre da una parte, senza poter far niente tranne registrare le sofferenze che vedi intorno a te». Questo il rammarico di tutti i fotografi di guerra ai quali dà voce forse il più grande, l’ungherese Robert Capa in questi giorni celebrato con due mostre: un’ampia retrospettiva al Lu.C.C.A. Museum di Lucca a cura di Maurizio Vanni (fino al 2 novembre) e una rassegna concentrata sul periodo italiano di Capa nel biennio conclusivo (1943-44) della II guerra mondiale. Quest’ultima rientra nelle celebrazioni dell’anno culturale Ungheria–Italia e ospita al Palazzo Ducale di Genova (dopo Firenze e Roma) 78 immagini scelte di una serie di 937, prestate dal Museo di Budapest (fino al 5 ottobre). Capa, come documenta l’esaustiva esposizione di Lucca, ha attraversato i più importanti conflitti: la guerra civile in Spagna nel 1936, la resistenza della Cina all’invasione giapponese nel 1938, la conquista alleata del Meridione italiano nel 1943, lo sbarco in Normandia nel 1944, l’invasione della Germania da parte dei parà americani nel 1945, la Russia nel 1947, la fondazione dello stato d’Israele nel 1948, fino all’Indocina nel 1954 dove trovò la morte a causa di una mina antiuomo. Lui stava sempre da una parte, ovvero dietro l’obiettivo, apparentemente impotente. La sua parte era quella dell’uomo, della sua quotidianità sconvolta e violentata, era quella dei deboli, degli invisibili e dei sopraffatti dalla storia e talvolta anche dei famosi nella loro ignota intimità (Hemingway, Capote, Picasso, Matisse). Le sue foto scovano tra le macerie le tracce, seppur disperse e ferite, di un’umanità e quel inesauribile fiotto di speranza nella desertificazione del male. Ecco allora come la normalità di una madre che tiene la mano al figlio, di un anziano che indica al soldato americano la direzione presa dai tedeschi, di una Messa in una chiesa distrutta, o di Truman Capote che abbraccia un cagnolino, rivelano la loro preziosa esistenza e il senso della vita in un mondo reso spettrale dall’odio. Anche la macchina fotografica è un’arma ma non uccide, salva quello che conta davvero, lasciando così che risalti più la lacrima del sangue, più il respiro, più il grido anche estremo del rantolo, più la vita della morte. Si è scritto che Capa sia stato in grado di far sentire nelle sue immagini il suono della guerra, il fragore delle esplosioni e persino il pesantissimo silenzio delle rovine. Infatti s’avverte anche nella più drammatica desolazione il crepitio della vita, come una lucertola che sbuca dalle crepe della terra ad assaporare un sole mai sconfitto, così come si percepisce il sussulto d’alba in occhi afflitti e sgomenti o persino in teste ripiegate dal dolore. Robert Capa sa scovare la forza e la bellezza proprio sul confine del destino, perché è lì, in un attimo imprecisato dove tutto è più acuto e più profondo, dove va precipitando al cielo il miliziano ferito (la sua foto più celebre), dove gli estremi s’incontrano confondendosi, dove un gesto, uno sguardo, un oggetto prefigurano quello che sarà, proprio lì è la verità. Capa ha camminato dentro ai peggiori conflitti e forse mai nessuno più di lui ne ha restituito tutta l’atrocità e insieme l’ineluttabile riscatto. Per la prima volta nell’era moderna si è arrivati a comprendere, vedendola sulle riviste per le quali ha lavorato, che la guerra non è fatta solo di numeri, di territori conquistati, di città rase al suolo, di medaglie d’onore. E’ fatta di volti, di occhi, di corpi, di anime, di gesti interrotti, di sogni infranti, ma anche di commoventi abbracci, di tacita fratellanza. E’ fatta da uomini contro uomini che non sanno accontentarsi e amare tutta quella bellezza intorno e dentro di sé. Eppure essa è lì – Capa ce l’indica con il taglio geniale dello scatto - è nel cielo pieno di luce oltre il fumo, è nello sguardo di un bambino, in quello che resta dopo tutta la follia. Ma sempre rigorosamente in bianco e nero perché la guerra ha spento i colori ed esasperato i contrasti. Proprio come Guernica dell’amico Picasso che a Capa deve i suoi ritratti fotografici più famosi. Hanno visto la stessa cosa allo stesso modo il pittore e il fotografo: un mondo senza più tinte. Ma nell’obiettivo è passata la luce, la vita. E la pace così semplice da capire. Da scorgere e imparare. Nonostante tutto. Capa è passato attraverso gli abissi per dirci quanto tutto sia così fragile, così bello, così vicino. Si muore in un attimo, si vive per sempre. In una foto.

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