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Yoko Ono avanguardia Serenissima

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Alberto Mattia Martini

Nata a Tokyo il 18 febbraio 1933, Yoko Ono è la figlia maggiore di Isoko Isuda, membro di una delle più ricche famiglie di banchieri giapponesi. Dopo la guerra la famiglia Ono si trasferisce a New York, dove Yoko continua i suoi studi e ha la possibilità di entrare in contatto con il mondo dell’arte, con le gallerie e quindi con la vita bohemienne della grande mela, per poi divenire una delle ideatrici e protagoniste del famoso movimento artistico Fluxux. Una donna certamente controversa, oscura, molto spesso odiata dai fans dei Beatles, perché considerata causa dello scioglimento del gruppo, ma indubbiamente anche una figura femminile dal grande carisma, fascino, che si è sempre battuta per i diritti umani, a favore della parità dei sessi, sostenendo l’unicità dell’universo femminile e «battendosi» a favore di un possibile e meno utopico trionfo della pace sulla guerra. Uno spirito libero, indipendente, che ha dedicato tutta la sua vita all’arte, intesa come massima estrinsecazione dell’espressività e delle potenzialità dell’animo umano, doti riconosciute anche dalla giuria della 53esima edizione della Biennale di Venezia, che le ha conferito il Leone d’oro alla carriera con la seguente motivazione: «Una figura chiave nell’arte del dopoguerra; pioniera della performance art e dell’arte concettuale, è oggi una delle artiste più influenti; molto prima di diventare un’icona nella cultura popolare, ha sviluppato strategie artistiche che hanno lasciato una traccia duratura sia nel suo nativo Giappone, sia in Occidente».
L'omaggio che la Serenissima le riconosce non si esaurisce con la prestigiosa statuetta alata, ma anche con un’importante mostra presso il Palazzetto Tito della Fondazione Bevilacqua la Masa, dove Yoko Ono corrisponde all’interesse per il suo lavoro con una mostra retrospettiva intitolata Anton's Memory. Un significativo percorso attraverso la vita artistica della Ono, che nel caso specifico rimanda «alla vita di una donna vista attraverso gli occhi del figlio, con la sua debole memoria». Chi è Anton? Come ci ricorda la stessa artista è quel figlio immaginario, che come prima immagine della sua vita, vede il seno materno, che raffigura un senso di ricordo, di desiderio, di primo sostentamento, nutrimento e quindi fonte dal quale trarre linfa vitale, ma anche prima sensazione di abbandono, privazione, perdita che con il tempo rimane solo un ricordo inconscio. Un’occasione per riflettere anche sulla propria vita, sull'intima ricerca, che attraverso il ricordo offre opportunità di ripercorrere sia l’esistenza di madre, di donna impegnata nel sociale, che quella di artista, ponendo in relazione e contrapposizione lavori di ieri con la ricerca attuale. La scelta di Palazzetto Tito come sede espositiva, è stata fatta espressamente da Yoko Ono, perché esso riveste lo spazio strutturale e quindi fisico di una vera e propria casa, dove al suo interno si svolgono le più ovvie, ma anche le più importanti funzioni vitali dal mangiare, al dormire, scaldarsi, parlare e quindi relazionarsi. Ecco il Grapefruit, libro di ricette per azioni artistiche, diviso per capitoli, nei quali vengono affrontate: musica, pittura, poesia ed eventi. Il volume nella mostra veneziana viene posto su un essenziale letto, per un profondo riposo, in modo che sia possibile catturare cento notti di sogni e passioni ed infine appenderlo nell’eternità. Come può una scacchiera in ogni sua parte, dalla base, ai quadrati, alle pedine, essere completamente pervasa dal colore bianco? Tutto ciò diviene possibile nell’opera Play it By Trust, dove agli ipotetici avversari, invece di contendersi la vittoria, viene offerta l’occasione di fidarsi l’uno dell’altro.
Il percorso prosegue con l’opera Cut Piece, qui rappresentata sia nella versione originale del 1964, che in quella del 2003. In entrambi Yoko Ono, seduta immobile su una sedia, consente al pubblico di tagliarle l’abito che indossa. Nella prima versione l’artista, che ha trentadue anni e nelle seconda settanta, ci rammenta duramente come il tempo modifica il nostro aspetto, come esso lasci inesorabilmente le tracce di sé sul nostro corpo, anche se poi sostiene con altrettanta convinzione la strada della continua evoluzione di noi stessi: «La prima volta che mi misurai con questa performance, nel 1964, lo feci con rabbia e turbamento nel cuore. Questa volta lo faccio con amore, amore per tutti voi, per me e per il mondo».

 

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