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Arte

Madoi, Cristo luce della Storia

Tensione drammatica rafforzata dai volti di John Kennedy, Martin Luther King, Mao, Giovanni XXIII e Paolo VI. Restaurato il grandioso affresco nella chiesa del Corpus Domini: la Passione di Gesù e i fermenti rivoluzionari degli anni '60

Madoi, Cristo luce della Storia
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Il grandioso affresco celebrativo del «Corpus Domini» - il Corpo del Signore – ha riacquistato la sua primitiva vitalità così da porsi con la sua pregnante simbologia al centro dei festeggiamenti programmati per i 75 anni di fondazione dell’omonima chiesa. Danneggiata dal terremoto del 2012 – che ha costretto alla chiusura del sacro edificio per alcuni mesi – l’intensa opera pittorica di Walter Madoi, che si estende in tutti i 250 metri quadrati dell’abside, è stata splendidamente recuperata con un meticoloso, attento, efficace restauro eseguito da Esedra Restauri e da Ma.ni Restauri sotto la direzione scientifica delle competenti Sovrintendenze e dell’Ufficio beni culturali della Diocesi. Era il luglio del 1966 quando Walter Madoi – che tre anni prima aveva affrescato la chiesetta di Sesta di Corniglio – iniziava a lavorare nell’abside del Corpus Domini, dove erano stati chiusi i tre originari finestroni del catino absidale per dare all’artista uno spazio omogeneo in cui potersi esprimere. Il lavoro, proposto dallo stesso Madoi al parroco don Pietro Boraschi, era stato preceduto da alcuni mesi di discussioni per puntualizzare diversi aspetti iconologici, compreso l’inserimento dell’Ultima Cena che connota significativamente il catino absidale con al centro Cristo che spezza il pane: sotto perpendicolarmente si trova la deposizione del corpo di Cristo che – come fa osservare il parroco don Marco Uriati – guardandolo da una certa distanza pare steso sulla mensa eucaristica. «Lavoro lungo e difficile – ha dichiarato in un’intervista Madoi - anche perché io dipingo e disegno contemporaneamente mentre l’affresco richiede una lunga preparazione di disegno, di colori, di composizione. Sono salito sul ponte con i miei cinque colori, i miei pennelli e me stesso. Ero sgomento di fronte a questa immensa parete bianca; mi erano venuti dei dubbi: sarei riuscito o no? Poi ho iniziato». E il risultato è stato straordinario in quanto - grazie anche alla lettura di brani di Ezechiele suggeritigli da don Pietro Delsante - ha intrecciato i temi fondamentali del Cristianesimo (l’istituzione dell’Eucarestia, la morte e la deposizione di Cristo, la salita del Risorto al Cielo nel fulgore dorato del regno del Padre aperto all’umanità) con la realtà della storia contemporanea percorsa da avvenimenti tragici, dolorosi e da persone delle più varie estrazioni sociali. Così mischiati tra la folla, costituita in parte da abitanti nel quartiere, troviamo i più famosi protagonisti dello scenario mondiale quali Kennedy, Mao, De Gaulle, Martin Luther King: erano gli anni dei grandi sconvolgimenti politici e sociali. Anche nella Chiesa avvenivano importanti mutamenti segnati qui dai due Papi (Giovanni XXIII e Paolo VI) che hanno iniziato e concluso il Concilio Vaticano II; insieme a loro ecco il vescovo di Parma Evasio Colli che ha condotto con sagacia la chiesa locale negli anni difficili della seconda guerra mondiale segnata anche da quel marchio d’infamia che è stato l’Olocausto, rappresentato nella parte inferiore dell’affresco da poveri uomini dai corpi scheletrici, deformi come quelli degli innocenti bimbi del Biafra, destinati alla morte per denutrizione. Questo dolore dell’umanità viene raccolto e sublimato dalla morte di Cristo che giace rigido su un lenzuolo bianco con un braccio che pende verso terra come il Cristo deposto del Caravaggio e col capo riposto sul seno della madre vestita di scuro che lo accoglie nella sofferta rigidità del dolore, facendo ricordare la poesia di Rainer Rilke «Ora si fa piena la mia sciagura, e senza nome/ mi riempie. Sono rigida com’è rigido/ l’interno di una pietra./ Dura come sono, so un cosa sola:/ tu crescesti/ …. e crescesti,/ per sporgere come dolore immenso/ dal confine del mio cuore./ Ora giaci attraverso il mio grembo,/ ora non ti posso più/ partorire». E il dolore agita in gesti urlati la Maddalena e tante altre persone osservate da un angolo dallo stesso artista, avvolto in uno scuro tabarro non lontano da un teschio coi denti su cui è incisa la firma «Madoi 66». Ma Cristo, morto fisicamente, sconfigge la morte risorgendo a nuova vita e l’alba della Resurrezione con la sua luce anima i corpi che riprendono forma salendo verso l’empireo in una luminosità sempre più accesa e densa con figure che richiamano quelle di Michelangelo nel Giudizio della Sistina. Al centro dell’abside campeggia la «corona» di Cristo coi dodici apostoli alcuni dei quali fanno gesti che richiamano l’Ultima Cena di Leonardo, mentre Giuda è tetramente appartato. Appena sopra, la Vergine con le affettuose braccia maternamente allargate guarda verso il figlio divino che sta compiendo l’atto supremo di spezzare il pane, di donare il suo corpo (ecce corpus meum) per la salvezza dell’umanità che grazie a questo sacrificio può essere assunta in cielo e partecipare alla gloria celeste. Anche qui, come già a Sesta, Walter Madoi (1925 – 1976) – artista di grande spessore umano e culturale – lancia un fiducioso, fondamentale messaggio, quello della validità della sofferenza, del sacrificio per un futuro migliore che non si esaurisce col nostro ciclo biologico ma è destinato a perpetuarsi nella beatitudine dell’eternità.

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