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Le follie liquefatte di Brown: «mostri», tra Bacon e Arcimboldo

Le follie liquefatte di Brown: «mostri», tra Bacon e Arcimboldo
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di Manuela Bartolotti
E’ forse una delle maggiori promesse dell’arte contemporanea, già riconosciuto nella sua originalità ed efficacia espressiva con una mostra alla Tate Gallery di Liverpool e ora visibile fino al 4 ottobre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino.
Possenti le creazioni del quarantatrenne Glenn Brown, caustiche e grottesche come un Bacon esasperato e a un tempo rovesciato. Perché quello che va disfacendosi in solchi di colore (volti, corpi, parti di essi), produce innumerevoli sembianze metamorfiche e oniriche. Quasi nubi o più complessi, grotteschi giochi d’Arcimboldo. I piedi sono volti, i volti sono roccia, magma. Brown riprende quadri famosi e li stravolge, li capovolge, dopo averli rielaborati al computer, rimeditati con le distorsioni di Photoshop, rimasticati con intitolazioni stranianti e inquietanti.

Distruggere l’apparenza per arrivare alla sostanza, ma una sostanza proteiforme e inquieta, dove non c’è soluzione. Le forme sono aggrappate alla materia che le crea e le dilania.Brown non copia, ma trae ispirazione più che dalla realtà concreta, dall’icona artistica, anzi dalla sua smorta e deprimente riproduzione fotografica, infedele e spenta. Così facendo la risuscita, agisce sulle scorie del tempo in maniera quasi chirurgica, con un intervento di restauro fantastico e surreale, attraverso fittissime pennellate, per dare il senso della carne viva, sotto una pelle d’infinite trame cromatiche.
Facendo riferimento a qualcosa che già esiste, elaborando l’esistente, contraffacendo la creazione altrui, riesce a sperimentare il nuovo. Il citazionismo, inevitabile nemico e limite dell’artista viene così semplicemente scavalcato affrontandolo e non negandone l’oppressiva presenza. Le figure rubate da Brown sono tessuti in elaborazione, i volti si sfaldano in panorami, in onde. L’arte è il luogo di un vero non ancora svelato, anzi spellato.

I modelli, le icone dell’arte sbiadite dalla riproduzione sono rigenerate, si fanno di carne per poi essere disfatte. Le scioglie causticamente, le libera dalle velature, le rende solubili, putrescibili, quindi vive. Egli disarciona la bellezza della forma per ridestarla in un colore ingarbugliato, fintamente espressivo, solo apparentemente grave, in realtà piatto come una stampa, un poster.
Partendo dalla più serena delle raffigurazioni – sia un vaso di fiori barocco, un ritratto di Fragonard - la conduce e la sconvolge con il mezzo digitale, per poi sacrificarla sotto fioccanti, scivolose pennellate finissime e la narcotizza in filamenti piatti, levigature.
Così si torna all’apparenza, violentata, scarnificata, liquefatta, ferita ma apparenza. Mentre la sostanza siamo noi che scopriamo.
E’ il nostro sguardo come nel Ritratto di Dorian Gray di Wilde. Si resta feriti da uno specchio infranto. Brown spezza quindi ricompone i frantumi, incolla i lembi, ma restano le crepe visibili, significanti.
In esse è tutto il bene e tutto il male possibile, una risata che si scioglie e inghiotte il bello e il brutto dell’esistenza in un agghiacciante, inesorabile memento mori.
 

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