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Le due facce della scrittura

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di Laura Ugolotti
Si dice che tra giornalismo e letteratura non corra buon sangue, che gli scrittori abbiano sempre guardato i cronisti con una certa aria di sufficienza e che i giornalisti, dal canto loro, abbiamo sempre considerato gli scrittori come letterati un po’ snob e troppo lontani dalla realtà. Una frattura che non giova né alla scrittura né al giornalismo e che pure in passato, si è spesso ricomposta, basti pensare a Dino Buzzati, Indro Montanelli, Egisto Corradi, solo per citarne alcuni. Grandi nomi del giornalismo ma anche grandi scrittori, che hanno saputo fondere in punta di penna la parte migliore dei due nobili mestieri. Perché se il lavoro di giornalista, così come quello di scrittore, è nelle mani di chi lo fa con passione, umiltà e impegno, allora è giusto considerarlo nobile.

 Il problema è che oggi è sempre più raro trovare giornalisti che siano prima di tutto scrittori. Bravi, scrittori. Ne è convinto Manlio Cancogni, romanziere e firma storica del Corriere della Sera e del Giornale di Montanelli. In una recente intervista Cancogni punta il dito contro i «quotidiani orribili, specie di tabloid fitti di notizie non interessanti e scritte male, un giornalismo schiacciato dalla tv». «C’è un’insofferenza - continua Cancogni - per quella che una volta era la terza pagina. Racconti sui quotidiani se ne vedono pochissimi. Eppure una volta i giornalisti erano innanzitutto scrittori, semplicemente scrittori che si ''specializzavano''». Poi cosa è successo? «E’ successo che è venuto meno il desiderio di osservare la realtà e renderla ai lettori in modo originale – commenta Giorgio Torelli, scrittore e giornalista parmigiano -; farlo costa fatica e richiede la capacità di migliorarsi, come persone e come professionisti. Quando frequentavo l’università, con Manlio Cancogni e Baldassarre Molossi, prendevamo gli articoli dei grandi giornalisti e li smontavamo pezzo per pezzo. Come chi ha la passione per la moto e smonta il motore per capire cosa c’è dentro e come funziona. Oggi assistiamo al trionfo del luogo comune, dell’ovvietà, mentre il compito di un giornalista è dare il massimo, in ogni articolo».

Per Davide Barilli, che incarna la doppia veste di giornalista  alla Gazzetta e di scrittore di romanzi, un ruolo non esclude l'altro «a condizione di tener presente che la cronaca esige chiarezza espositiva, commenti e dettagli svelati nella massima trasparenza. L’arte del narrare, invece,  è finzione, affabulazione, identità stilistica. In questo caso lo scrittore non deve mai svelare ma lasciar decifrare al lettore il suo messaggio».  Per un altro scrittore parmigiano Alessandro Soprani oggi «si scrive molto e si legge poco, mentre dovrebbe essere esattamente l’opposto. La velocità che oggi è richiesta alla comunicazione spesso va a discapito della qualità, e rischia di portare ad una degenerazione del linguaggio, ma noto anche un certo abbassamento del livello culturale generale e un crescente disinteresse per i racconti e la letteratura».
«La lettura invece è il primo alimento per una buona scrittura - afferma Giuseppe Marchetti, critico letterario  della Gazzetta di Parma -; tornare ad essere prima di tutto scrittori è l’unica palestra che può salvare il giornalismo dalla deriva. Oggi giornalisti hanno paura di essere letterati perché temono di non essere letti; ma è proprio la narrazione di qualità che riesce ancora ad affascinare il lettore».

Eppure un tempo i giornali erano soprattutto narrazione: «I racconti venivano pubblicati proprio sui quotidiani - racconta lo scrittore Guido Conti –, e oggi questo non accade più, a parte rare eccezioni. E sono pochi i giornalisti come Goffredo Parise, capaci di trasformare, grazie ad una straordinaria capacità di scrittura, ogni articolo in un capolavoro di racconto, annullando il confine tra scrittura e giornalismo. Se i quotidiani vorranno sopravvivere alla crisi dell’editoria dovranno necessariamente puntare non sulla velocità delle informazioni ma sulla qualità e sui contenuti».  A partire anche dalla famosa «terza pagina», quella destinata alla cultura. La Gazzetta di Parma è uno dei pochi quotidiani che ha scelto di mantenerla: «Mi sono sempre battuto per tenere separata la redazione della cultura da quella degli spettacoli - spiega il direttore Giuliano Molossi -; credo sia fondamentale per tenere alto il livello di qualità di un giornale». “E’ vero – aggiunge –: non è sulla velocità che la stampa gioca la sua partita e non è rincorrendo internet che i quotidiani riusciranno ad uscire dalla crisi dell’editoria, ma trovando il modo di distinguersi.

Molti lettori oggi prediligono le notizie brevi, ''leggi e getta'', ma credo ci sia ancora una buona parte di pubblico, tra cui molti giovani, attento alla qualità di ciò che legge, che ci chiede articoli ben scritti, reportage e inchieste capaci di approfondire argomenti, anche complessi, in modo chiaro ed originale».
Ai direttori dei giornali come la Gazzetta di Parma, che hanno scelto di mantenere la «terza pagina» stende il suo personale tappeto rosso lo scrittore e giornalista parmigiano Luca Goldoni: “Spesso è la scelta editoriale a fare la differenza - spiega – e la terza pagina è ancora uno spazio a disposizione delle idee e di uno stile raffinato di scrittura, che può e deve essere adottato anche negli articoli di cronaca, intendiamoci: Egisto Corradi, era meticoloso e scrupoloso nell’inchiesta, ma anche grandioso nella scrittura».
L’ultima parola la lasciamo a Manlio Cancogni, sperando possa diventare il primo e più importante consiglio per chi sceglierà questo mestiere: «Ai giovani giornalisti suggerisco: scrivete racconti!».
 

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