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Narrativa

Giuda, Cristo e quel bacio

Luca Doninelli racconta un rapporto che ha fatto storia nel romanzo «Fa' che questa strada non finisca mai». «La scommessa del mio libro riguarda l'estensione del concetto di amicizia»

Giuda, Cristo e quel bacio
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E' possibile che perfino il tradimento possa lasciare in vita un grande affetto»? Se lo chiede lo scrittore Luca Doninelli nel suo nuovo libro in cui calandosi nei panni di un Giuda dubbioso di fronte alla figura del Cristo, disorientato dai suoi «miracoli» e dalla sua assoluta fermezza, tradisce per una forma di patriottismo in cui trionfa la logica secondo la quale un sogno non può diventare potere. Quello di Giuda è un caso di coscienza di portata universale perché riflette l’orgoglio e l’incubo di ogni singolo individuo di fronte alle grandi occasioni della vita. Luca Doninelli analizza il senso dell’amicizia e della fede, del sentimento e della comprensione, ma anche del travaglio interiore che assilla gli uomini che si confrontano con l’Assoluto, incapaci di percepirne l’umana divinità. Luca Doninelli, narratore e drammaturgo autore di numerosi libri, precisa che «Fa' che questa strada non finisca mai» (ed. Bompiani) pur essendo basato sulla vita di Gesù, non è un romanzo storico, ma la storia di un’amicizia mai «raccontata per intero dal Vangelo».

Doninelli, nei panni di Giuda per capirlo e anche riscattarlo attraverso filtri ideologici e letterari più congeniali al nostro tempo?
No. Penso che l’amicizia di cui parlo nel libro sia ben documentata nel Vangelo. Poi, certo, c’è l’invenzione letteraria, l’immedesimazione, che non è un ornamento ma un modo di vedere meglio, un sostegno allo sguardo. Il “mio” Giuda pensa di salvare il suo amico agendo a quel modo. Si accorge di avere fatto male perché, per compiere questa azione, lui è costretto a interrompere il dialogo con Gesù. Questo è il suo peccato, di cui il suicidio è una conseguenza.

Il suo libro racconta una grande storia d’amicizia vista nei suoi aspetti umani più intensi. Credo che un siffatto sentimento renda il suo libro attualissimo e Gesù e Giuda protagonisti di una querelle senza tempo. Che cosa insegna principalmente oggi la loro amicizia gratificata dall’amore, turbata dal tradimento, sublimata dal perdono?
L’amicizia profonda tra Gesù e Giuda è ben documentata dal Vangelo. Nell’ultima cena Gesù rivolge a Giuda parole che gli altri non capiscono, segno che tra i due c’è un forte dialogo personale. Inoltre Giovanni appare geloso di Giuda, gli dà del ladro, si sente insidiato nel suo rapporto preferenziale con il Nazareno. Gesù sa bene che Giuda non riesce ad aderire alla sua concezione delle cose, ma lo ama lo stesso fino alla fine, e sospetto che il più grande dei suoi dolori non siano le ferite dei chiodi, ma il pensiero del suo amico.

Chi è veramente Giuda?
Giuda è un legalista, un contabile della religione, uno che alla religione chiede soprattutto pace, tranquillità, quieto vivere, insomma un precursore dell’etica kantiana. Affascinato da Gesù, non ne accetta la dismisura. Non voglio anticipare nulla del libro, che peraltro non è un libro “a tesi”, e si nutre com’è giusto di vibrazioni, titubanze, intermittenze. Posso dire che la scommessa del libro riguarda proprio l’estensione dell’amicizia: può un affetto umano abbracciare realmente (ossia non per modo di dire) una differenza così radicale? Può il perdono arrivare fino a quel punto?

Il suo Giuda è l’uomo titubante e incredulo che ancora si moltiplica nel mondo?
L’uomo titubante e incredulo appartiene al Novecento, a uomini che pativano la vergogna di essere sopravvissuti alle catastrofi del Secolo Breve. I romanzi del secondo dopoguerra sono pieni di gente così, da Pavese a Camus a Saul Bellow. Al contrario, Giuda non è titubante: ha una precisa visione del mondo, ha un pensiero, così come Gesù ha un pensiero. E non vuole cambiare il proprio modo di vedere le cose. Questo fatto - il fatto di avere un pensiero - unisce imprevedibilmente i due amici: ciascuno dei due cerca di rispondere alle stesse domande. Il potere delle tenebre è un’altra cosa: è il non-pensiero, è la sostituzione del pensiero con lo slogan, con il proclama, oppure con il dubbio sistematico (che nella storia ha prodotto molta violenza), con la furbizia, con la ricerca di un posizionamento nel mondo.

Giuda non pronuncia mai la parola miracolo. Perché questa reticenza?
Giuda riconosce la prima parte del miracolo, sa la differenza tra “è accaduto” e “non è accaduto”. Ma per riconoscere il miracolo bisogna essere poveri nel profondo, sapere che noi siamo e non saremo mai gli artefici del nostro bene. Sapere questo è cosa dura per tutti, anche per chi pensa di essere il più cristiano dei cristiani.

Fa' che questa strada non finisca mai
   di Luca Doninelli - Bompiani, pag. 140, € 12,00

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