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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Un mistico coro di erbe e fiori

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di Marta Silvi Bergamaschi

Una limpida notte d’estate. Il mare, con un sussurro quieto, pareva fosse lì lì per addormentarsi. Il giovane, sulla sua bella automobile rossa, non lo aveva degnato di uno sguardo. Imboccò la strada che s’inoltrava nell’ubertosa campagna romagnola. Guidava pensando alla ragazza con cui aveva ballato: aderiva al suo corpo con così languida, spudorata innocenza che il giovane sentì lunghi brividi alla schiena. S’udì la di lui voce alzarsi improvvisa: ma che cosa si muove sulla strada? Guarda, guarda: una stupida gatta con quattro gattini. Peggio per te, mia cara, non si va in giro di notte, sgualdrina! La gatta vide i fari, spinse i piccoli verso il ciglio della strada. Provò terrore di quell’enorme arnese che avanzava, usato dagli uomini nella loro ansiosa fretta quotidiana. Sbagliò il calcolo, la gatta. Un terribile urto la capovolse con uno dei figli attaccato alle mammelle. Gli altri tre capirono. Con le zampette molli di paura s’avvicinarono alla gatta e, mentre la luce bianca di una triste luna li lambiva, leccarono il muso della madre, leccarono il pelo umido del fratello; un miagolio lieve, timoroso, salutò un’alba che sorgeva all’orizzonte tra opulenti alberi di pesche lustre di rugiada.
 
Dall’erba s’alzò un lungo, doloroso fruscio, i grilli uscirono dalle tane, i rospi gonfiarono gli occhi, due palline di pietà accarezzarono la gatta stecchita con il suo gattino stecchito ancora dolcemente attaccato a un capezzolo. La natura pareva partecipare, con inequivocabili segni, a quel gratuito assassinio. Un’anziana colomba borbottava: l’uomo è l’animale più crudele che esista sulla terra. Pronunciò, senza saperlo, un pensiero di Twain. Un’angoscia surreale pervase la campagna.

Erano le otto. Raffaella, una giovane del paese, inforcò la bicicletta per recarsi a lavorare. Prese la strada che da Igea conduce a Bordonchio, quindi a Bellaria; vide la gatta e il piccolo morti e i tre gattini che si muovevano atterriti intorno alla madre. Si fermò sgomenta: tolse dalla borsa il cellulare e formulò lapidarie parole: - Sarò in ufficio più tardi: scusatemi.- Lavorò con le mani nella terra morbida: gli occhi della gatta erano aperti, grandi, azzurri: esprimevano una meraviglia universale, una dolorosa meraviglia. Il suo piccolo, raccolto in una morte improvvisa, pareva ancora succhiare il latte materno. Era tigrato, grigio e marrone come lei. Raffaella li depose nella buona, onesta terra sotto l’ombra di un bellissimo gelso: li coprì di foglie e di terra. Raccolse con delicatezza i tre orfani: uno nero, uno grigio con una stellina bianca in fronte, il terzo coperto di pelo multicolore: rosso, bianco, grigio, marrone. Erano tutti e tre ben nutriti, ma si reggevano buffamente sulle piccole zampe. Raffaella li depose nel cestello attaccato al manubrio della bicicletta e corse verso casa.

La mattina fu accarezzata da un canto gioioso di uccelli, poi da un mistico coro di erbe, di fiori, di foglie: un ringraziamento? Raffaella fu a casa, il viso rosso, sudata e apprensiva. – Come, disse la madre, non sei in ufficio? - - Ho avvisato; subito, per favore, preparami una cassetta, ricopri il fondo con ghiaietta. Ci sono tre gattini orfani. Occorre assolutamente salvarli. Intanto io scaldo un poco di latte: i biberon ci sono, no?- Il gattino nero era malconcio, stranito, il pelo arruffato: gli altri due affamati. Papparono, fecero la pipì sulla ghiaietta e con le zampette educate la coprirono. Dopo alcuni giorni si riprese anche il gattino nero. Sono vivi in una casa di Igea con attorno persone affettuose. Raffaella pensava: spero che i gatti non abbiano memoria… Ne dubitava, però, perché erano presi da tremori improvvisi, specie quando vedevano uno di quegli arnesi usati dagli uomini per correre ferocemente sulle strade.

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