CULTURA

Levante ligure e letteratura

Dalle Cinque Terre al Magra il buen retiro di molti tra i maggiori intellettuali del Novecento: da Soldati a Sereni, da Montale a Bertolucci: un ramo della cultura italiana fiorito tra Monterosso e Tellaro

Levante ligure e letteratura
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Forse non tutti sanno che quella sghemba striscia di terra ligure che corre, prima frastagliata, a picco, tra muretti e scogli per poi ammorbidirsi in pianali e foci verso il Magra, è stata un crocevia di intelligenze novecentesche come poche altre. Anzi più che crocevia, un elitario buen retiro estivo: da Montale a Sereni, da Bertolucci a Pistoletto, da Soldati a Fortini, sono tanti gli scrittori, i poeti, gli artisti, i cineasti, che hanno avuto a che fare con le Cinque Terre e zone affini. Al punto che si può a buon diritto affermare che gran parte della cultura alta del secolo breve (persino Sartre soggiornò a Trebiano, piccolo grumo di case alle spalle di Lerici, mentre Marguerite Duras e Mary Mccarthy stavano a Bocca di Magra) ha fatto il bagno, meditato, chiacchierato, riposato, in quello che viene da noi definito, non senza un certo compiacimento, il mare dei parmigiani. Oltre Cisa, in una sorta di luogo dell’anima che ha calamitato solitudini e gruppetti, consorterie e amicizie, si è dunque nascosto un mondo perduto. C'è voluto tutto l'amore, tutta la curiosità, il lavoro di ricerca e scavo, di Marco Ferrari, per dare un volto a un’epoca, una piccola grande epopea scolpita definitivamente nelle storie - non solo aneddoti - che avrebbero rischiato di essere dimenticate con la scomparsa degli ultimi testimoni. Manca la Versilia, il Forte, Viareggio (con il fantasma errante di Delfini, ad esempio), altri topoi novecenteschi di alta suggestione non solo letteraria. Ma semplicemente perché in questo «Mare verticale» (ed. Laterza) l'autore ha voluto raccontare storie e tessere di vite che vanno a formare un mosaico del Golfo dei poeti - tale fu ribattezzato da Sam Benelli (che qui scrisse «La cena delle beffe») - un autentico badeker tascabile utile a comprendere come la storia della cultura novecentesca abbia trovato da quelle parti un humus particolare. Lo spezzino Ferrari, narratore che meriterebbe una rivisitazione critica complessiva - a partire da quel «Tirreno» - sorprendente opera prima tra Salgari e Conrad, come sentenziò Cesare Garboli (uno che se ne intendeva) - che lo collochi al posto che gli compete nella narrativa italiana di oggi, si è messo nei panni del detective, scarpinando molto, leggendo, rileggendo, ritrovando pezzi di un puzzle straordinario. Nel suo libro («Mare verticale» sarà presentato domani, alle 18 alla Feltrinelli: con l'autore dialogheranno Davide Barilli, Laura Chiari Sereni e Giacomo Giampedrone, sindaco di Ameglia) Ferrari ci porta a visitare, con il suo particolare passepartout, villa Bompiani, a Lerici. Ci mostra Alberto Moravia, severo e burbero, anche sotto il solleone; Italo Calvino, irrequieto per la fine che sta facendo la sua Liguria negli anni della speculazione edilizia; Renato Guttuso, con la perenne sigaretta tra le labbra; Cesare Zavattini, brillante e allegro, ciarliero e bontempone, berretta in testa. E poi, via via, tanti altri, da Dino Buzzati a Elio Vittorini, da Pier Paolo Pasolini a Alberto Arbasino. Marco Ferrari va a scovare, tramando con le trame dei ricordi, le case a mezza costa che furono per alcuni dei più grandi scrittori, poeti, artisti del Novecento rifugi di riflessione, angoli creativi e di ritrovo, posto dell’anima. Tutti calamitati, come in una scatola magica, da coincidenze, circostanze, in un percorso che forma un filo ininterrotto di presenze. Senza teoremi, alla larga da ideologie del luogo.
Ferrari narratore di Rivoluzioni, luoghi (s)perduti, ondeggiamenti esistenziali, tracce sfuggenti, solitudini, fantasmi, romanziere di lungo corso - autore di best seller come «Alla rivoluzione sulla due cavalli» e di tanti altri romanzi di mare - ci intriga con una storia che si fa reportage, memoire intrigato, viaggio, romanzo di figure e luoghi. Un'epopea sbalzata sulle vicissitudini turistico-intellettuali di un'Italia scomparsa, in grado di segnare destini del mondo editoriale o artistico, in un cadenzarsi tra due atmosfere, quella di un mondo naturale e antico, ruvidamente intonso dalle logiche della massificazione, teatro di arrivi e partenze, e il sedimentarsi di un modo culturale che non ha in realtà lasciato altre tracce se non quelle dei testimoni, degli oggetti, delle case, dei luoghi – oggi disabitati – echi di una contingenza che da Torino a Milano, ma anche altrove ha calamitato nello spezzino centinaia di pittori, poeti, scrittori, viaggiatori. Il libro di Marco Ferrari non è solo un reportage sui grandi soggiorni del Novecento nel Golfo dei Poeti, nelle Cinque Terre e dintorni. Ma è un vero e proprio viaggio nell’Italia in cui la cultura si faceva in modi ancora artigianale, magari intorno a un tavolo di trattoria o sotto un bersò sorseggiando un'orzata. Dove si parlava di arte, anzichè di fatturati.
Un viaggio sentimentale, ma senza sentimentalismi, che prende l’avvio dalla villa delle due palme a Monterosso, pozzo di memorie di Eugenio Montale per concludersi a Bocca di Magra dove, sotto un pergolato di glicine o a Punta Bianca si potevano incontrare in piccoli crocchi di discussione Franco Fortini, Luciano Bianciardi, Salvatore Quasimodo, Sergio Solmi, Carlo Emilio Gadda, Cesare Pavese, Hanry e Peggy Craig, Carlo Carrà, Alberto Savinio, Giovanni Giudici.
Da Monterosso si passa a Vernazza, simbolo incontrastato delle avanguardie degli anni sessanta, tra la torre di Aldo Trionfo e il «buen retiro» di Alighiero Boetti, l’inventore dell’arte povera. E poi l'aspra Corniglia, a casa di Michelangelo Pistoletto. Infine, in un viaggio a ritroso, si arriva a Manarola, dove nacque (con le presenze di Guttuso e Birolli) un premio pittorico che univa impegno e paesaggio. Qui, nacque anche «la casa del cinema» dove il regista Gianni Amico ospitò gli esuli brasiliani e gli amici della Nouvelle Vague, Bernardo Bertolucci in testa. Non poteva mancare La Spezia, con i suoi tre «tenori»: Ubaldo Mazzini, Giancarlo Fusco e Gino Patroni. E che dire di Lerici dove, ospiti nella villa di Valentino Bompiani, scopriamo Alberto Moravia, Guido Piovene, Dino Buzzati, Elio Vittorini, Pier Paolo Pasolini e Alberto Arbasino. Fu Bompiani in persona a scoprire quel genio dell'editoria che si chiamava Mario Spagnol, per sempre legato alla «sua» Lerici mischiando il fiuto editoriale alla passione del mare e arrivando a compiere il sogno della sua vita: doppiare Capo Horn. Da Lerici a Tellaro il passo è breve: qui primeggiava Mario Soldati, eclettica figura che ben si inserì nella tranquillità del borgo marinaro. Era arrivato qui, come Attilio Bertolucci, sulle tracce di Lawrence. All’autore dell’Amante di Lady Chatterley è dedicato un capitolo che scava sui misteri di una cassapanca. A Soldati e Spagnol resta inoltre immancabilmente legata la figura di Paolo Bertolani, il poeta della Serra, che trasformò le noie paesane in poesia. Il viaggio prosegue oltre la punta di Montemarcello per giungere a Bocca di Magra che fu fino agli anni settanta la residenza estiva della corte di Giulio Einaudi. Qui restò attivo uno dei gruppi di vacanzieri intellettuali più noto al mondo che ospitò scrittori e artisti italiani, francesi, inglesi, americani, con la presenza costante e discreta di Vittorio Sereni, uno degli ultimi a restar fedele alla Bocca.
Mare verticale di Marco Ferrari
Laterza, pag. 143, 12,00

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