Arte

Manzù e Marino moderni ma classici

Capolavori alla Magnani Rocca da domani all'8 dicembre. Scultori legati alla tradizione eppure straordinari nell'esprimere le inquietudini del Novecento. Opere altamente ispirate

Manzù e Marino moderni ma classici
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Per la prima volta la Fondazione Magnani Rocca presenta nella Villa dei Capolavori, a Mamiano di Traversetolo, una mostra dedicata alla grande scultura del Novecento. Nucleo della proposta autunnale (apertura al pubblico da domani) è, infatti, l’opera di Giacomo Manzù e Marino Marini che negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dopo i riconoscimenti nazionali, diventano protagonisti dell’arte italiana all’estero. Una storia emblematica di passione ed interpretazione del sentire contemporaneo attraverso la tridimensionalità della forma, in anni di «rinascita». Non è, infatti, poi così lontano il 1945. In quell’anno un grande della scultura del Novecento Arturo Martini, pubblicava una breve raccolta di riflessioni col titolo «La scultura lingua morta»: un saggio disincantato, dai toni cupi, in cui deplorava il fatto che la scultura, una volta considerata arte popolare e nel contempo colta, fosse diventata un’arte morta e cioè incapace di rappresentare le realtà dell’epoca. Offrendo un’interpretazione della scultura figurativa classica in una chiave stilistica del tutto personale, dagli esiti affascinanti e sorprendenti, Manzù e Marino, delineano quasi in contemporanea, un diverso approccio alla plasticità della forma, visto con gli occhi di un nuovo tempo e mostrano al mondo come la scultura sia in realtà ben lontana dall’obsolescenza e dalla chiusura alla storia, sia bensì perfettamente in grado di esprimere il dramma e il senso dell’uomo dopo le dissoluzioni del conflitto mondiale. Le loro opere entrano così a far parte dei maggiori musei di tutto il mondo e i due artisti conquistano l’attenzione del collezionismo e del pubblico. A cura di Laura D’Angelo e Stefano Roffi, la mostra «Manzù/Marino. Gli ultimi moderni» intende approfondire questa vicenda nella ricerca degli elementi che favorirono il grande successo di Manzù e di Marino attraverso una selezione di circa novanta fra sculture, anche gigantesche, dipinti e lavori grafici realizzati dai due artisti negli anni tra il 1945 e il 1970. Le opere esposte documentano la loro fiduciosa apertura verso le molteplici lingue della modernità e la capacità dimostrata nell’incontrare il gusto di un colto e sofisticato mercato internazionale. La collaborazione poi da parte della Fondazione Marino Marini di Pistoia, del Museo Marino Marini di Firenze, della Fondazione Giacomo Manzù e del Museo Manzù di Ardea, di altri musei e collezioni private, ha consentito lo spostamento di opere viste raramente al di fuori dei singoli contesti pubblici e privati, permettendo un confronto diretto - visivo e critico - tra Marino e Manzù, aspetto questo che rappresenta la decisiva novità dell’esposizione. In una successione che tiene conto delle scelte maggiormente praticate da entrambi nei decenni in esame, oltre al tema della danza, oltre ai celeberrimi Cardinali di Manzù e ai Cavalli con Cavaliere di Marino, una speciale attenzione viene dedicata ai ritratti; non soltanto per sottolineare l’interesse che i due scultori nutrirono nei confronti di questo genere, ma anche per fornire una chiave di lettura della loro personalità attraverso i nomi degli artisti, dei galleristi, dei collezionisti e delle personalità che ne sostennero e accompagnarono l’attività lungo gli anni cinquanta e sessanta, fra i quali papa Giovanni XXIII, il compositore Igor Stravinskij, gli artisti Marc Chagall, Oskar Kokoschka e Jean Arp, l’architetto Ludwig Mies van der Rohe, il regista John Huston, il cardiochirurgo Christian Barnard, oltre alle mogli amatissime, Inge Manzù e Marina Marini. La vita e l’originale percorso artistico di Manzù e Marino paiono così a tratti rincorrersi e scorrere come «vite parallele»; entrambi protagonisti di un tempo e di una storia culturale che celebra l’arte come momento divulgativo. Testimonianza ne è la raccolta di documenti in mostra in cui gli scultori, intervistati dai quotidiani e da giornali illustrati come Epoca o Emporium, non solo da riviste di settore, sono personalità da scoprire nella vita e non solo nell’arte, sono i nuovi «miti» da conoscere, le cui interviste piacciono al grande pubblico che non separa il quotidiano dalla cultura collettiva. Spiccano richiami ed immagini d’epoca che spiccano in mostra e che «esaltano» la personalità forte di entrambi gli artisti, vanto della scultura nazionale, similitudini e differenze che si incontrano anche nella vita. Marino Marini (Pistoia 1901 – Viareggio 1980), semplicemente Marino, come amava appellarsi, si iscrive nel 1917 all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove frequenta i corsi di pittura e di scultura. Giacomo Manzù (Bergamo 1908 – Roma 1991), al contrario, figlio di un calzolaio, si forma all’interno delle botteghe bergamasche specializzate nell’intaglio e nella doratura. Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, Marino e Manzù si trasferiscono a Milano, dove ha inizio una stagione di riflessione e di ricerca che condurrà entrambi, nel giro di pochi anni, a imporsi nel contesto artistico nazionale. Nel 1935 Marino si aggiudica il premio di scultura alla II Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma; all’edizione successiva dell’esposizione, nel 1939, il premio di scultura è assegnato a Manzù.
La carriera dei due prosegue con intensità lungo gli anni Quaranta e alle mostre si succedono nuovi riconoscimenti. Nel 1948 Manzù allestisce una sala personale alla Biennale di Venezia e si aggiudica il Premio Internazionale per la scultura, ex aequo con Henry Moore; nel 1952 il medesimo premio è assegnato a Marino. È all’indomani di questi riconoscimenti che per i due scultori si inaugura la fase di maggior impegno sul fronte internazionale: le loro opere figurano nelle più importanti esposizioni allestite in Europa ed oltre Oceano. Tuttavia mentre dagli anni Cinquanta l’attività di Marino si sposta principalmente all’estero, Manzù inizia a lavorare alla realizzazione della Porta della Morte per la Basilica di San Pietro, la cui inaugurazione, nel 1964, segna il punto di massima popolarità raggiunto dall’artista. La mostra, visibile fino all’8 dicembre, è corredata da catalogo, Silvana Editoriale. In vendita con la Gazzetta di Parma al prezzo di 18 euro più quello del quotidiano. La rassegna è realizzata grazie a: Fondazione Cariparma, Cariparma Crédit Agricole e si avvale di un pool di sponsor tecnici.

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