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Militari nei lager nazisti: 310 parmigiani morirono per la libertà

Militari nei lager nazisti: 310 parmigiani morirono per la libertà
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di Francesca Lombardi

Hanno scelto la fame, i pidocchi, le torture. L’hanno fatto in nome della libertà. L’hanno fatto in silenzio, nell’indifferenza della patria che hanno difeso: per tanti italiani civili, infatti, quei militari rinchiusi nei lager nazisti dopo l’armistizio fra Italia e Alleati, erano solo fascisti. Dopo l’8 settembre del 1943, 640mila militari erano stati portati nei campi di concentramento tedeschi: l’Italia era diventata nemica della Germania, anzi traditrice. Le divise fasciste, gli italiani ce le avevano appiccicate addosso fin da bambini, ma un giorno decisero di levarsele.

Era il 18 settembre: Mussolini aveva appena fondato la Repubblica sociale italiana, e loro potevano decidere se aderirvi e quindi abbandonare il lager, oppure restarci, nel lager. Quasi tutti (il 97%) optarono per il «no»: piuttosto che collaborare con i nazisti, la morte. La morte, cinquantamila di loro, l’hanno trovata davvero, quasi cinquemila grazie a una fucilata. Molti sono poi deceduti dopo, in Italia, dove non sono riusciti a curarsi dalle malattie prese nei campi.

Quella Resistenza dimenticata è storia anche di Parma. Il comandante Gaetano Ferretti, internato, aveva stilato un elenco di parmensi che non sono tornati dai lager: 310, ma il numero è probabilmente incompleto. La «Giornata della memoria», che la legge 211 del 2000 ha istituito in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico, è dedicata anche a loro. Fausto Catelli, residente a Parma, la memoria la è andata a cercare nelle case della nostra provincia. Ne è nato un libro: «Imi-internati militari italiani - per non dimenticare», che racconta le storie di quei parmensi con la divisa che sono stati trasformati da persone in matricole e sono stati spesso dimenticati. Ce ne sono una ventina. Storie di ufficiali coraggiosi che hanno scelto da uomini, e la «divisa» l’hanno indossata solo per resistere alle torture, ai lavori forzati, alla volontà di cancellare nomi e identità, storie di parmigiani che in alcuni lager si sono fatti forza l’uno con l’altro, e che non hanno mai perso la speranza.

Giuseppe Nicolossi, nato a Pontremoli nel 1891, era bancario a Parma: la sera dell’8 settembre provò a resistere ai tedeschi in Pilotta, ma i militari lo portarono al Giardino Ducale dove aveva sede la scuola di fanteria. Nicolossi parlava bene il tedesco, così i tedeschi gli intimarono di fare arrendere gli allievi, ma lui tradusse «resistete», e così scoppiò una battaglia. Venne arrestato, portato in Cittadella, poi in provincia di Mantova e infine nei lager in Germania e Polonia, fino alla liberazione. A casa, lo aspettavano una moglie e sei figli. Quando tornò, scrisse un diario in cui raccontò di incursioni notturne dei tedeschi nelle baracche, della fame, delle bufere, del «non riconoscersi», dei trasferimenti in treno pigiato in «celle traballanti, paurosamente», di baratti fra una coperta per tre mele e un tozzo di pane.

Anche Ettore Baga, nato a Parma nel 1897 e morto nel 1969, ha lasciato un diario: era un’agenda del '42 utilizzata nei lager dal '43 fino al maggio 45. «Rancio schifoso e poco nutriente, una brodaglia da maiali. Trovo al campo diversi parmigiani. Le sigarette stan-no per finire», scrive il 7 ottobre dal campo di Deblin, Polonia, dopo un viaggio estenuante da Atene, dove è stato arrestato. Ogni giorno, l’ufficiale scrive qualche riga: parla del tempo, di come è poco nutriente il pasto, del desiderio di notizie dall’Italia. La disperazione, mentre viene portato da un campo all’altro, prima a Premzil, poi a Hammerstein e infine a Norimberga, affiora da frasi fredde e corte: «Non si può scrivere bene, la tristezza è più forte dello spirito. Soffro fame e freddo. Niente notizie», scrive il 14 febbraio 1944. E il 22 aprile: «Viene ucciso un ufficiale. ore 18.30». Capitava, che ammazzassero qualcuno. I militari erano considerati traditori, e non prigionieri di guerra: per questo non avevano diritto all’assistenza della Croce rossa internazionale prevista nella Convenzione di Ginevra. Quei «traditori» hanno salvato anche Parma.

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