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Fortuna, ossessione finale

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di Francesco Mannoni
La superstizione, che come dice Edmund Burke «è la religione degli spiriti deboli», spesso deraglia in scetticismo, pusillanimità e gelosia, con conseguenze ilaro - tragiche. E’ quanto accade al protagonista del romanzo di Francesco Recami, «Il superstizioso» (Sellerio, pagine 199, euro 12,00) finalista al Premio Campiello. Camillo, commerciante con un avviato negozio di scarpe, una mattina, da sotto il cavalcavia ferroviario che attraversa per andare al lavoro, assiste ad un evento che per lui ha dello straordinario: il passaggio di tre treni sul ponte nella stessa direzione. Per lui è il preludio di qualcosa che deve andare storto. E decide di tornare a casa. Ma appena entrato sente come dei gemiti, dei sospiri che gli sembrano di piacere. Chiama la moglie e va verso la camera da letto, ma inciampa nel gatto e cade battendo la testa. Si risveglia all’ospedale ossessionato da un sospetto: che cosa stava facendo la moglie? 
Superstizione come ossessione: quanto influisce la fatalità sulla sensibilità di Camillo?
 «Camillo, il protagonista, ha quelle che lui definisce ''innocenti abitudini'', giochetti scaramantici con i quali cerca di avere anticipazioni sull'intenzione della realtà, come se questa avesse un piano per lui. Non è molto diverso quello che farà nei confronti della moglie: cercherà di capire qual è il suo piano segreto, per demolirlo. Ma di sensibilità non ne ha molta, se si intende la capacità di conoscere e capire gli altri, sua moglie compresa: si interessa solo di se stesso. Il protagonista che affida la sua vita a una sorta di copione in cui tutto deve filare alla perfezione, cambia il destino in superstizione».
Ma chi fa il destino? Il libero arbitrio quale ruolo ha in simili casi?
«Non è uno scherzo avere la presunzione di sapere chi fa il destino. I greci avevano le Moire, e ciò che loro stabilivano non si poteva cambiare. Però i greci erano tormentati dall’ansia di conoscerlo, il proprio destino, e lo domandavano all’oracolo. Mi ha sempre stupito la premessa delle vicende di Edipo. Laio, suo padre, viene a sapere che suo figlio lo ucciderà, e cerca di prendere provvedimenti contro il destino. Ma lo sa o non lo sa che questo è impossibile? Perché se il vaticinio è vero allora c'è ben poco da fare; e se è falso, di che preoccuparsi? Tutto è nato per l’insaziabile volontà di conoscere il proprio destino, ovviamente derivata da una incertezza di base, dalla paura, dall’ansia. Se Laio non avesse chiesto niente all’oracolo, e si fosse fatto la sua vita tranquillamente, come veniva veniva, magari sarebbe morto per mano di suo figlio, cosa che peraltro gli è capitata lo stesso, ma avrebbe risparmiato tanti guai a Edipo, Antigone e fratelli e a tutti i tebani in generale. Ma la superstizione, si sa, porta sfortuna, e Camillo avrà modo di rendersene conto».
Leggere in ogni frangente i segni del destino non è un po' affidarsi a qualcosa di superiore, come se in noi non ci fosse mai alcuna responsabilità?
«Camillo è un debole, un inetto del terzo millennio, come lo siamo tutti. Effettivamente si sente deresponsabilizzato, vittima delle circostanze, e di imperscrutabili oscillazioni della moda, delle vendite del suo negozio, delle sue vicende familiari. Purtroppo per lui quando cerca di prendere in mano il suo destino non fa che peggiorare la sua situazione. La morale non è molto ottimista. Posso aggiungere che il credere nel destino ineluttabile è un pesante fardello che si portano dietro le classi subalterne, cioè la maggioranza delle persone, quelle che della propria vita non decidono niente».
Quanto è responsabile il nostro tempo incerto della insopprimibile pratica della superstizione, antica quanto il mondo?
«Incertezza, aleatorietà, e superstizione vanno a braccetto. Basti pensare ai settori economici dove la superstizione impera: la finanza, lo spettacolo, il commercio, la moda e forse anche la politica. Oggi ho la vaga sensazione che la tipica convenzione borghese, che l'uomo è artefice del proprio destino stia perdendo dei colpi. Ma forse la cosa è più semplice di quanto non si pensi: meno democrazia c'è e più si accentua la forbice fra i ricchi (quelli che sono artefici del proprio destino) e i meno abbienti (quelli che non lo sono) e più aumenta il fatalismo, e anche la superstizione».

Il superstizioso
Sellerio, pag. 199, 12,00

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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